mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
25.07.2006
-
| di Paola Desai
Canada, il petrolio estratto dalla sabbia
È uno dei più grandi progetti industriali al mondo, ma non è molto noto: si tratta dell'estrazione di petrolio dalle sabbie bituminose dell'Alberta settentrionale (Canada). Non è cosa da poco, perché circa un milione di barili di greggio al giorno sono estratti da quelle sabbie e esportati verso gli Stati uniti. Il progetto è triplicare la produzione nei prossimi 15 anni: e per farlo «i tre ingredienti chiave sono denaro, energia e acqua», leggiamo in un dispaccio dell'agenzia Ips (che ha dedicato tre lunghi servizi all'impatto ambientale dell'estrazione di petrolio dai giacimenti di sabbie bituminose del Canada).
L'acqua: il Canada è una terra di fiumi e laghi d'acqua dolce. Il fiume Athabasca ad esempio è uno dei più lunghi fiumi non sbarrati da dighe del nord America: nasce dai ghiacciai del Jasper National Park (in Alberta, stato centrale) e scorre per oltre 1.500 chilometri attraverso la regione delle sabbie bituminose e va a finire in un lago a cui da nome. Il punto è che per estrarre petrolio da quei milioni di tonnellate di sabbie bituminose servono milioni di litri d'acqua, che ovviamente viene presa dal fiume. La sabbia viene scavata, poi «pestata» e mescolata a un peso uguale di acqua bollente (40 gradi) con soda caustica, per farne una fanghiglia semilizuida; quindi viene pompata, spesso anche per parecchi chilometri, in impianti dove viene estratto il bitume. Qui bisogna aggiungere acqua ancora più calda, agitare l'impasto e «scremare» il bitume oleoso che si addensa. Il bitume è molto più spesso del petrolio tradizionale, quindi va mescolato con petrolio più leggero o separato chimicamente prima di essere portato (con oleodotti) a altri impianti per trasformarlo in petrolio sintetico.
E' evidente che si tratta di un processo costoso, che richiede molta energia (per scaldare l'acqua e per lavorare i fanghi bituminosi) e molta acqua: per ogni metrocubo (un migliaio di litri) di petrolio prodotto a questo modo servono tra 2 e 4,5 metricubi d'acqua. Un milione di barili di petrolio richiedono tra 2 e 4,5 milioni di barili d'acqua al giorno. E' questo, spiega Stephen Leahy sull'agenzia Ips (21 luglio, ipsnews.net), che sta distruggendo il fiume Athabasca. Per l'estrazione di quel bitume infatti le compagnie petrolifere hanno il permesso di estrarre 349 milioni di metricubi di acqua all'anno per i prossimi 40 anni, e i progetti di espansioni già autorizzati faranno aumentare l'estrazione d'acqua a 529 milioni di metricubi all'anno, secondo i calcoli del Pembina Institute, un centro di studi ambientalisti con sede a Calgary, in Alberta (che ha pubblicato un rapporto dal titolo Down to the Last drop, «giù fino all'ultima goccia»). L'associazione canadese dei produttori petroliferi (Canadian Association of petroleum Producers) ribatte che quella quantità d'acqua può sembrare molta, ma equivale ad appena il 3 percento della portata del fiume. L'istituzione ambientalista ribatte che la misurazione della portata del Athabasca risale a molti anni fa e non è esatta. Soprattutto, ribatte che quell'acqua non tornerà mai al fiume perché dopo la lavorazione del bitume è irrimediabilmente contaminata. Non solo: è previsione comune che il regime delle piogge cambierà in modo drastico per effetto del riscaldamento della temperatura terrestre, e sul Canada prevarranno condizioni secche: gran parte dell'Alberta soffre già di siccità prolungata, e molti temono che nell'autunno le zone acquitrinose del Athabasca rimarranno prosciugare. Il livello dei fiumi della regione è già declinato tra il 20 e l'84 percento nell'ultimo secolo, fa notare lo studio dell'istituto Pembina: furura siccità e progetti industriali (e urbani) non faranno che peggiorare la situazione. Il governo dell'Alberta in effetti riconosce che c'è una «crisi idrica» - ha chiesto ai cittadini di «conservare acqua». Il punto però restano gli usi industriali: i produttori di petrolio da sabbie bituminose hanno cominciato a riosare più volte la stessa acqua e a passare a tecniche dette «in situ» capaci di usare meno acqua, anche se più costose (il principio è «sparare» l'acqua bollente nella sabbia per sciogliere il bitume che è poi raccolto in uno strato più profondo). Anche così, il consumo d'acqua resta gigantesco e anche la quantità di residui fangosi contaminati, che devono essere seppelliti a grandi profondità. Resta una produzione costosissima: solo il prezzo ormai raggiunto dal petrolio e l'ossessione statunitense per l'autosufficenza energetica rendono interessanti le sabbie bituminose.
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