domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
10.08.2006
-
| di Marina Forti
Coca Cola e Pepsi bandite in 7 stati dell'India
Ormai sette stati dell'India hanno deciso di mettere al bando le bevande gassose prodotte da CocaCola e da PepsiCo, le due marche di bibite più famose al mondo - e le più diffuse in India, visto che coprono circa il 95% del mercato delle bevande con bollicine. Gli ultimi ad annunciare la decisione, ieri, sono due stati dell'India meridionale. In Kerala il bando è totale: vietato distribuire e vendere CocaCola, Pepsi e le altre bibite dello stesso marchio in tutto il territorio dello stato. Nel vicino Karnataka il divieto si applica solo a scuole, università e ospedali, così come in Rajasthan, Punjab, Madhya Pradesh e Gujarat e nell'Assemblea dell'Uttar Pradesh, cioè alcuni tra gli stati più popolosi dell'India.
Nessun boicottaggio popolare è mai stato così massiccio. Il fatto è che qui si tratta di decisioni governative, motivate da tutela della salute pubblica. Infatti nelle bevande prodotte in India da CocaCola e PepsiCo sono stati trovati residui di pesticidi in quantità pericolose. Tre anni fa, analoga indagine aveva trovato livelli altrettanto alti di pesticidi nelle stesse bibite. Come allora, l'indagine è stata compiuta da un autorevole istituto ambientalista indiano, il Centre for Science and Environment (www.cseindia.org), che ne ha diffuso i risultati la settimana scorsa. Analizzati 57 campioni di bibite prodotte da CocaCola e PepsiCo (con vari nomi: Fanta, 7Up, Limca, Thums Up, Mirinda e altre) in 12 stati dell'India, hanno trovato una media di residui di pesticidi pari a 11,85 parti per miliardo (ppb). E questo è ventiquattro volte più del limite fissato dal Bureau for Indian Standard (Bis), che considera tollerabile un totale di non più di 0,5 ppb di pesticidi nelle bibite.
Più in dettaglio, le analisi hanno trovato da 3 a 5 diversi pesticidi (delle due maggiori famiglie, organoclorati e organofosforosi) in tutti i campioni di bibite. Le quantità variano (per quello di parla poi di quantità media): ad esempio nelle bottigliette di CocaCola comprate a Calcutta c'era Lindano (notoriamente cancerogeno) in quantità 140 superiori ai limiti del Bis, mentre in una bibita comprata a Thane (vicino a Mumbai) una neurotossina chiamata Chlorpyrifos era in quantità 200 volte superiore al limite. In alcuni campioni era presente anche heptacloro, sostanza vietata in India.
Uno dei problemi è che quei limiti di tolleranza stabiliti dal Bis non sono ancora in vigore, e questo è parte dello scandalo sollevato ora dal Centre for Science and Environment. «Tre anni dopo il nostro primo studio sui residui di pesticidi nelle bibite, una nuova indagine su scala nazionale mostra che non è cambiato molto: le bibite restano pericolose e poco igieniche, e la salute pubblica resta gravemente compromessa», afferma il Cse. Tre anni fa il governo aveva istituito una Commissione parlamentare per indagare sulla denuncia e questo aveva dovuto constatare che l'istituto ambientalista aveva ragione: nelle bibite c'erano residui altissimi di pesticidi - e aveva raccomandato di emanare norme rigorose sugli standard sanitari per le bibite carbonate, e in genere nei cibi e bevande. Così il Bis si era messo al lavoro, anche consultando esperti indipendenti (inclusi quelli del Cse), e ha stabilito nuovi limiti. Ma questi non sono mai stati emanati, fa notare un editoriale del quindicinale del Cse, Down to Earth (del 2 agosto). Scrive la direttora Sunita Narain: «Il governo ha ridotto i diritti di accisa sulle bibite carbonate, nella finanziaria di quest'anno. Il mercato è in crescita. (...) Ma nulla è stato fatto per applicare le raccomandazioni della Commissione parlamentare. Gli standard di sicurezza raccomandati sono andati persi in comitati o bloccati da potenti interessi nel governo».
CocaCola e PepsiCo, e la Indian Soft Drinks Manufacturers Association di cui fanno parte, si difendono dicendo che le loro bibite rispettano tutte le norme internazionali e nazionali e sono perfettamente sicure. Le due imprese sono entrate nel mercato indiano nel 1993 (la CocaCola era presente, in passato: ma nel '77 aveva preferito andarsene piuttosto che accettare la nazionalizzazine voluta allora da Indira Gandhi). Oggi hanno un centinaio di stabilimenti di imbottigliamento, tra le due, dove occupano direttamente o meno circa 100mila persone.
Interpellata da una ong «per motivi di pubblico interesse», la Corte suprema indiana ora ha dato alle due aziende quattro settimane di tempo per presentare dettagli degli ingredienti e sostanze contenuti nelle loro bevande. Anche questa volta però il problema non riguarda solo le bibite, faceva notare martedì in un editoriale il quotidiano Indian Express: «E' ora dunque di affrontare la questione dei pesticidi».
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