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TERRA TERRA
31.08.2006
  • | di Marina Forti
    Bangladesh, i Santal contro la miniera
    Una miniera di carbone sta provocando una piccola guerra in Bangladesh. La capitale Dhaka ieri è stata paralizzata da uno sciopero contro una miniera a cielo aperto progettata presso il villaggio di Phulbari, distretto di Dinajpur, 350 chilometri a nord-ovest della capitale - non lontano dalla frontiera con l'India. I manifestanti chiedevano che Asia Energy, azienda mineraria britannica, se ne vada. Lo sciopero ha bloccato quasi del tutto i trasporti urbani, molti uffici e le scuole della capitale, mentre centinaia di persone si sono scontrate con la polizia: un agente è stato ucciso dalle sassate, 20 manifestanti sono stati feriti dalla polizia, decine di veicoli incendiati. Nel fine settimana la polizia aveva aperto il fuoco contro una folla di trentamila persone che protestava in quel remoto distretto del nord-ovest: 6 persone uccise, circa 300 ferite. Era il culmine di giorni di manifestazioni anche violente, blocchi stradali e ferroviari, attacchi alle case dei tecnici dell'azienda (qualcuna è stata incendiata).
    Oggetto della rivolta è una miniera, appunto. L'azienda britannica si è aggiudicata dal governo del Bangladesh la concessione per sfruttare nei prossimi 30 anni un giacimento valutato in 570 milioni di tonnellate di carbone; secondo quanto afferma il sito web di Asia Energy le attività cominceranno entro quest'anno e a regime la miniera produrrà 15 milioni di tonnellate all'anno di un carbone di qualità «da export», adatto agli usi metallurgici e termici (fonderie e centrali elettriche). «La miniera trasformerà il Bangladesh in un paese esportatore d'energia, darà impulso alla crescita industriale e fornirà una nuova fonte di energia a lungo termine», promette il sito web dell'azienda (che ha proposto anche un separato progetto per una centrale elettrica a carbone da 500 MegaWatt).
    Quelli di Phulbari però la vedono in un altro modo. Abitanti e gruppi di attivisti sociali, raccolti in un «Comitato nazionale per proteggere petrolio, gas, energia, porti e risorse naturali», dicono che la miniera, se realizzata, costringerà a sfollare fino a centomila persone che vivono sui 6.500 ettari di territorio sotto cui si trova il deposito carbonifero, e distruggerà terre fertili coperte da risaie. L'azienda nega: gli sfollati saranno al massimo 40mila, dice, e tutti saranno dovutamente risarciti. Altre fonti parlano di 50mila futuri sfollati di un centinaio di villaggi. Tra questi, una percentuale schiacciante sono famiglie di indigeni Santal, popolazione nativa che abita un'ampia regione tra Bangladesh e India. «Come potranno i Santal essere compensati per la perdita delle loro terre? Non hanno nessun documento legale che comprovi la proprietà dei territori dove vivono da generazioni», faceva notare Mollah Sagar, un cineasta bangladeshi che l'anno scorso ha girato un documentario su Phulbari e la progettata miniera: «Il sito dove la compagnia mineraria ha fatto i primi scavi era proprio in una zona Santal, e gli abitanti non sono ancora stati compensati» (da Star Weekend Magazine, supplemento del quotidiano di Dhaka The Daily Star, 17 febbraio 2006).
    Titolato Coal-milk («carbone-latte», per esprimere nel linguaggio locale il contrasto tra bianco e nero), il documentario fa notare che la zona di Phulbari è una pianura alluvionale in una regione piovosa, una bellissima piana di risaie verdi nel bacino del Gange: per aprire una miniera a cielo aperto bisogna prosciugare il territorio, dunque installare centinaia di pompe per aspirare via l'acqua, «e questo avrà un effetto drastico sulla zona circostante», dice il documentarista: la miniera sarà attiva fino al 2045, e sconvolgerà l'equilibrio idrico nel raggio di una 60ina di chilometri. Di solito le miniere a cielo aperto si aprono in zone disabitate e secche: invece, tra fiumi e risaie «provocherà danni permanento al suolo e costringerà a deviare il corso di tre fiumi» nella zona», aggiunge Sagar: «Il raccolto di riso in quelle terre è così abbondante che sarebbe già una buona ragione per non aprire la miniera». Poi ci sono gli sfollati: l'azienda progetta un sito di ripopolamento nei pressi della miniera (tra le esplosioni di dinamite e le polveri di carbone?) e anche su questo il Comitato ha da ridire.
    Di fronte alle proteste anche violente dell'ultima settimana rappresentanti di Asia Energy hanno parlato di «una minoranza di estremisti». L'azienda ha presentato una «valutazione di impatto ambientale» che minimizza ogni problema, e aspetta il via del governo per cominciare i lavori. Anche il governo (che però teme: in gennaio ci sono le elezioni...) tenta di liquidare la cosa: alcuni ministri, riferiva ieri il quotidiano britannico The Guardian, dicono che dietro alla rivolta c'è «un oscuro gruppetto della sinistra estrema».
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