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TERRA TERRA
02.09.2006
  • | di Marinella Correggia
    L'export brasiliano non salverà il mondo
    Non è proprio il principio di sovranità alimentare portato avanti dal Movimento Sem Terra (Mst)...Elisio Contini, capo dell'ufficio gestione strategica al Ministero brasiliano dell'agricoltura, è fiducioso che nei prossimi anni il paese rafforzerà la propria posizione di leader mondiale - spesso testa a testa con gli Stati Uniti - nelle esportazioni di soia, caffé, zucchero ed etanolo derivato dallo stesso, carni bovini e di pollo, legname e frutta. Come mai? Grazie al fatto di possedere, oltre ad abbondanti terre, anche molta acqua: «Abbiamo dagli 80 ai 90 milioni di ettari di savana ancora da sfruttare, e 220 milioni di ettari di pascoli dove possiamo espandere le coltivazioni senza tagliare un solo albero in Amazzonia. E abbiamo l'11 per cento della disponibilità mondiale di acqua dolce» ha dichiarato il dirigente, citato dall'agenzia stampa Associated Press.
    Dal canto suo Jorge Augusto Lima de Sa, direttore export della Sadia, la maggiore azienda brasiliana di lavorazione delle carni, ha aggiunto entusiasta (dal suo punto di vista): «Il luogo in cui nei prossimi dieci anni si concentrarà la maggiore crescita economica è qui, è il Brasile; non è la Cina, non è la Russia, non è l'Australia e non sono gli Stati Uniti». Secondo le proiezioni del Ministero, nel 2015 le esportazioni brasiliane di soia dovrebbero crescere del 55 per cento rispetto al 2004-2005 (secondo posto mondiale dopo gli Usa), quelle di carne bovina del 26 per cento, quelle di pollo del 35 per cento. La quota mondiale del Brasile nelle esportazioni di zucchero dovrebbe crescere del 40-56 per cento, anche se parallelamente raddoppiasse la produzione di etanolo per usi interni e da export (della serie: come bruciare combustibile fossile per esportare del combustibile, sia pure rinnovabile).
    Ma questa grassa abbondanza brasiliana dove andrà? In buona parte, a paesi che anziché esportatori di alimenti diventeranno o già sono importatori, perché sono o andranno in sofferenza idrica e agricolo-alimentare (sofferenze collegate: l'agricoltura totalizza il 70 per cento dei consumi di acqua dolce). E qui dati e stime non sono brasiliani ma internazionali. Secondo la Fao, l'Asia meridionale e in particolare l'India sta già utilizzando il 90 per cento della terra coltivabile; là intanto la domanda di acqua per usi civili raddoppierà, e quella per usi industriali triplicherà, entro il 2025. La situazione forse più critica è quella del colosso cinese: il paese «ha un'agricoltura già spinta al massimo» secondo Claudia Ringler, ricercatrice esperta di acqua presso l'Ifpri ((International Food Policy Research Institute); «Usano moltissima acqua per irrigare e utilizzano già più fertilizzanti e pesticidi di ogni altra nazione al mondo». Il punto è che la Cina, con il 22 per cento della popolazione mondiale, conta però solo l'8 per cento dell'acqua dolce disponibile e, come sottolinea Lester Brown, presidente dell'organismo di ricerca Earth Policy Institute, «se Malthus fosse vivo ora si preoccuperebbe della scarsità di risorse idriche, non di cibo. Davvero viviamo prendendo in prestito acqua a gogò. Prelevare dalle falde acquifere ci dà un falso senso della sicurezza alimentare».
    E da questo punto di vista il Brasile non è indenne da rischi. Già vede conflitti per le risorse idriche nei suoi stati industrializzati del sud e del sud-est, con probabile spostamento della produzione agricola verso gli stati del centro-ovest e del nord.
    C'è da sperare che ovunque nel mondo prevalga la saggezza idrica; nuovi sistemi di irrigazione, scelte colturali oculate, risparmio e riciclaggio nei settori industriale e civile. Anche perché nello schema del Brasile come esportatore di tutto verso tutti, si sono un po' fatti i conti senza l'oste, che in questo caso è il petrolio e in generale l'orizzonte di prossima scarsità dei combustibili fossili, oltre alla minaccia del riscaldamento climatico che della combustione di fossili è figlio obbligatorio. Qualcuno mandi, al Ministero dell'agricoltura là a Brasilia, il calcolo fatto dalle italiane Coldiretti e Azzero Co2 nell'ambito della campagna per la promozione dei consumi alimentari locali (e di stagione). Secondo lo schema, trasportare una tonnellata di merci per un chilometro costa: 0,90 kg di Co2 (anidride carbonica, gas serra) se il mezzo usato è l'aereo; 0,00675 kg di Co2 se in nave transoceanica; 0,13 kg di Co2 se in camion con capacità di carico di 28 tonnellate; 0,07 kg di Co2 se in camion da 40 tonnellate.
    Ecco perché, sostiene il saggio Collasso dell'americano James H. Kunslter, «in futuro viaggeremo meno». Noi, e le merci, e i cibi.
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