mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
13.09.2006
-
| di Marina Forti
Calcutta, i contadini espulsi dalle industrie
Risaie contro stabilimenti di automobili, piccoli agricoltori e braccianti contro progetti di espansione urbana. Succede a Kolkata (Calcutta), la capitale del popoloso stato indiano del Bengala occidentale, dove interi distretti ai bordi della città sono in rivolta contro il governo locale che vuole togliergli le terre per darle a industriali e costruttori. C'è una terribile ironia in questa storia: dal 1977 il Bengala occidentale è governato dal Partito comunista (da solo o alla guida di un Fronte delle sinistre), che ha realizzato una vera redistribuzione delle terre con la riforma agraria. Anche per questo la forza dei comunisti in Bengala è nelle campagne. O almeno, finora è stato così.
Costruita sulle rive del fiume Hooghly, braccio laterale del Gange, Calcutta conta 4 milioni e mezzo di abitanti ma l'area metropolitana ne conta 13 milioni (nel 2001). Per decenni ha scontato l'immagine di capitale mondiale della miseria: immagine non più vera, se mai lo è stata, in netto contrasto con il panorama urbano che si presenta oggi al visitatore: nuovi edifici commerciali, grandi strade veloci, nuovissimi shopping malls, giardini. Vecchie aree industriali in declino sono rinate. Il centro con i suoi edifici vittoriani e i vecchi quartieri scrostati dal tempo restano (e hanno il loro fascino), ma sono anche sorti nuovissimi grattacieli. Un quarto della popolazione urbana continua a vivere in slum o zone molto degradate, ma la città si espande in nuovi suburbi residenziali e modernissime zone industriali: sfruttando al meglio la liberalizzazione avviata dall'India negli anni '90 il capo del governo statale Buddhadeb Bhattacharjee (comunista, coccolato da amministratori delegati e giornali finanziari come un «Deng Xiaoping indiano») ha rilanciato l'economia incoraggiando gli investimenti stranieri diretti.
L'espansione urbana però mangia terra agricola, ed è qui che sorge il conflitto. Da qualche settimana oltre 15mila contadini e le loro famiglie, abitanti di Singur e altri villaggi del distretto di Hooghly, sono sul piede di guerra contro il chief minister Bhattacharjee, che ha concesso circa 500 ettari di fertilissime terre agricole alla Tata Motors per costruirvi uno stabilimento di automobili di piccola cilindrata. «Dovranno passare sopra al nostro corpo, la Tata e il governo», dice Bikas Das, agricoltore della zona (a un reporter dell'agenzia Ips). La popolazione in rivolta include piccoli proprietari, braccianti registrati e non, lavoratori di piccolissime aziende artigianali e negozianti dei villaggi del distretto. Pochi chilometri più in là, nel villaggio di Bankura, distretto di Howrah, altri agricoltori sono altrettanto inviperiti contro i bulldozer che hanno cominciato a spianare il terreno (160 ettari) su cui un'azienda indonesiana costruirà un nuovo suburbio, la «Kolkata West International City»: il progetto include quattro grattacieli, seimila villette, tre centri di industria elettronica, un ospedale, scuole, shopping malls e club. Ma cancellerà risaie, campi e stagni con allevamenti di pesce.
Il governo afferma che quella terra non ha un così grande valore agricolo, visto che sopporta un solo raccolto all'anno; gli agricoltori saranno debitamente risarciti e in ogni caso non si può fermare lo sviluppo industriale dello stato. Il reporter della Ips descrive una situazione un po' diversa: una campagna dove al riso si alternano altri raccolti durante tutto l'anno, con tutte le attività indotte. A Singur si è formato un «Forum per la protezione della terra» che non ha affiliazione politica (anche se certo i partiti dell'opposizione, a cominciare dal localista Trinamul Congress cavalcano il conflitto); vi sono attivi anche molti militanti della base comunista, i quali anzi esprimono grande amarezza: non erano neppure stati informati del progetto industriale, la popolazione locale non è stata consultata, e non ne ricaverà beneficio. Dicono che i risarcimenti sono poca cosa, e con la terra la popolazione contadina perde tutta la sua attività economica. Non solo: i piccoli proprietari riceveranno qualche compenso ma nulla andrà ai salariati agricoli. La Tata ha promesso alcune migliaia di posti di lavoro nel nuovo stabilimento, ma pochi si fidano: non è automatico riconvertire un lavoratore agricolo in un operaio industriale, se non ha le qualifiche giuste - meno ancora in un lavoratore qualificato nell'industria hi-tech.
Una Ong indiana ha presentato ricorso all'Alta Corte dello stato del Bengala occidentale, a Calcutta, contro la requisizione delle terre. Potrebbe essere solo un assaggio, perché il governo bengalese ha in serbo progetti industriali che arriveranno a coprire oltre 16mila ettari, o 161 chilometri quadrati di terreni. E in uno stato dove tre quarti della popolazione vive della terra, il conflitto è assicurato.
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