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TERRA TERRA
31.10.2006
  • | di Maribnella Correggia
    I mercati contadini, nel Sud e nel Nord
    I pittoreschi suq mediorientali? I tradizionali mercatini africani? Spesso sono solo più un mito. Aminata Traoré, scrittrice maliana, ex ministro della Cultura, lo ha detto con decisione durante le giornate di Terra Madre, incontro mondiale fra le comunità del cibo conclusosi ieri a Torino: «Il problema è che non ci sono più mercati africani autentici. Sono luoghi inondati da prodotti importati di bassa qualità, alimentari e non; hanno contribuito a distruggere la nostra agricoltura e a peggiorare lo stato di salute degli africani, con alimenti sofisticati e poveri».
    Per questo la riabilitazione dell'antico e decaduto mercato di Missira, promossa da Aminata nella capitale Bamako e sostenuta dalla Fondazione Slow Food per la biodiversità e dalla fiera Brescia con Gusto, è anche materia di salute pubblica. Risanare quel mercato, con le pietre rosse della zona e perfino con i pannelli e le cucine solari, e la piantumazione di alberi e la pavimentazione di un quartiere che era degradato, ha ridato a produttori e consumatori un luogo in cui scambiare i prodotti tipici del Mali, dal burro di karité alle verdure, dalle erbe medicinali agli incensi: «Uno spazio di solidarietà, di resistenza ai prodotti globalizzati ma anche ai politici locali, tanto che abbiamo dovuto occupare i luoghi e raccogliere le firme». E' stato faticoso, dice Traoré, ma così Missira è diventato «una vetrina che mostra agli africani che è possibile vivere degnamente e nutrirsi all'africana»; le stesse parole che usava Thomas Sankara, presidente ribelle del Burkina Faso dal 1983 al 1987 nel proporre la creazione dei mercati regionali interafricani, basati comunque su concetti simili come lo scambio fra eguali.
    A Beirut c'è Suq el Tayeb («mercato del buono»), il primo mercato contadino del Medioriente, con prodotti freschi e di stagione coltivati organicamente. «Ogni sabato arrivano al mercato produttori e prodotti dai quattro angoli del nostro paese, che è molto piccolo ma presenta un'estrema varietà produttiva»: il giornalista libanese Kamal Mouzawak, fra i fondatori dell'iniziativa (e intenzionato a diffonderla nei paesi circostanti), dice: «L'Oriente è conosciuto per i suoi suq, ma in realtà sono diventati una versione 'artigianale' dei supermercati». In questo dopoguerra libanese, Suq el Tayeb lancia Seeds for peace - Make Food not War («Semi per la pace-Facciamo il cibo non la guerra»), una campagna in collaborazione con l'organizzazione alternativa americana Global Exchange che sottolinea l'importanza dei sistemi alimentari sostenibili, dell'accesso al cibo e di una cultura condivisa del cibo nella prevenzione e risoluzione dei conflitti. Non per niente il «testimonial» della campagna a Terra Madre è stato Moshe Bassoon, cuoco israeliano nato ad Amara, in Iraq. Semi per la pace sosterrà finanziariamente i piccoli agricoltori e gli artigiani mediorientali che continuano a fare prodotti di alta qualità, a perpetuare le tradizioni e le specialità locali, facendone anche un elemento della soluzione dei conflitti.
    Guerre armate a parte, nella guerra quotidiana mossa ai piccoli produttori, questi possono sperare in guadagni decenti solo se hanno la possibilità di incontrare direttamente i consumatori, e dunque di preservare prodotti tradizionali, gustosi, locali, coltivati con tecniche ecocompatibili. Certo, c'è un problema di educazione del consumatore: «Deve smettere di credere che modernità sia consumare Coca cola e riso importato», ha detto un educatore kenyano. Ma c'è anche la necessità di un luogo fisico per gli scambi.
    Fra gli equivalenti italiani del suq di Beirut ci sono forse il Mercatale di Montervarchi (un tradizionale mercato toscano che ospita 50 produttori aderenti all'Associazione agricoltori custodi e presidi toscani, altrimenti esclusi dai normali canali commerciali), la Fierucola, e vari altri mercati periodici. Negli Usa proliferano i farmer's markets, luoghi periodici di vendita diretta su piccola scala e zonale, spesso attivi solo durante la stagione di produzione; l'apposito registro nazionale ne nomina 3.700 (e non sono solo roba per benestanti consumatori, cominciano a vedersi anche in quartieri a basso reddito).
    Un passo ulteriore è la condivisione di responsabilità tra chi consuma e chi coltiva. E' il caso della francese Amap (Association pour le maintien de l'Agriculture paysanne) che da tempo promuove vicinanza fisica (bacino limitato) e partenariato economico: i consumatori in gruppo si alleano con gruppi di produttori e si impegnano a pagare in anticipo la produzione agricola di un anno; in cambio i contadini forniscono un paniere settimanale di prodotti di stagione. E' lo stesso principio che fa funzionare la Community Supported Agricolture americana, e qualcosa di simile comincia anche in Italia.
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