domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
01.11.2006
-
| di Marina Forti
Lo «sviluppo», visto dal Nicaragua
Il tema era importante: «Comunicazione per lo sviluppo», ovvero «come migliorare l'efficacia dei programmi di sviluppo attraverso un più effettivo e ampio uso degli strumenti della comunicazione»: la Fao ne ha discusso per tre giorni, la settimana scorsa, in una conferenza internazionale a cui sono intervenuti funzionari governativi e dirigenti politici, anticipando il vertice sull'alimentazione in corso ora.
Mercedes Campos e Jorge Iran Vasquez però non sono convinti. Entrambi vengono dal Nicaragua; lei rappresenta il consiglio di redazione della rivista Enlace, bimestrale di agricoltura ed ecologia; lui è della Union nacional de agricultores y ganaderos, sindacato di agricoltori e allevatori, e in particolare dirige un programma chiamato «da contadino a contadino» per promuovere lo scambio di esperienze e la cooperazione tra i piccoli agricoltori. Insomma, entrambi lavorano appieno nella «comunicazione per lo sviluppo». Ma dipende da cosa si intenda con questa parola: «Sviluppo, in sé, non vuol dire nulla. Per noi questa parola significa qualcosa se implica benessere per le famiglie rurali», dice Mercedes Campos. «In Nicaragua quando il governo parla di sviluppo intende tre cose: investimenti stranieri per generare occupazione, produzione per l'export, crescita economica. Così investono in produzione agricola per l'esportazione e in maquiladoras, le fabbriche che assemblamo per conto di imprese straniere. Ma il modello non funziona: le maquilas sono esentasse, la redistribuzione non c'è. Il Nicaragua era una società modesta, ma non povera: ora invece c'è vera povertà». Parla ad esempio della crisi del caffè, cita le cooperative cafetaleras del nord, che rappresentano circa 6.000 famiglie di piccoli produttori: vendono un terzo del prodotto al commercio equo e il resto a marchi speciali, e riescono a investire in borse di studio per i giovani o in programmi per le donne. «Questo per noi è un possibile modello di sviluppo». Mostra numeri della rivista: reportages su questa o quella piccola azienda che si è data alla produzione biologica, consigli su come evitare l'epatite e la salmonella delle galline, servizi su tecniche agricole per migliorare i terreni... Enlace, spiega, crede molto nel valore della comunicazione: «Il nostro lavoro più che giornalistico in senso stretto è educativo: la rivista riflette la vita delle comunità, il tessuto sociale rurale, le esperienze dei piccoli produttori. Una voce delle comunità». Per questo è poco convinta dai tre giorni di conferenza alla Fao: «Abbiamo sentito parlare molto di sviluppo, sicurezza alimentare o povertà, perfino con parole poetiche: ma non abbiamo sentito la voce di coloro a cui tutto ciò sarebbe diretto».
In effetti neppure i due ospiti venuti dal Nicaragua non hanno avuto l'opportunità di intervenire alla conferenza della Fao. «Cosa avremmo voluto dire qui? Che esperienze come le nostre hanno permesso di coinvolgere la popolazione rurale, trasmettere esperienze, creare capacità. In fondo, chi può avviare cambiamenti positivi e "sviluppare" le campagne sono proprio gli agricoltori, no?». Jorge Vasquez ricorda un'epoca, ai tempi della rivoluzione sandinista, quando il governo presumeva che al contrario, gli «agenti del cambiamento» rurale sono gli agronomi mandati dal ministero dell'agricoltura: «Ci accusavano di promuovere l'arretratezza perché parlavamo di come conservare la produttività dei suoli e le risorse a partire dalle conoscenze di quelli che per loro erano solo "contadini analfabeti". Oggi infine si riconosce che la conservazione delle risorse è importante e le conoscenze delle persone vanno valorizzate. In Nicaragua abbiamo lavorato per promuovere le cooperative o associazioni di piccoli produttori. Abbiamo, ad esempio, il problema di stabilizzare la frontera agricola: dalle province occidentali più popolate e coltivate gli agricoltori sono avanzati verso la costa atlantica, disboscando e coltivando, ma questo rende fragili i suoli e gli ecosistemi. Stabilizzare la "frontiera" era necessario coinvolgere i piccoli produttori. Nelle zone secche abbiamo promosso sistemi per conservare le risorse idriche e raccogliere l'acqua. Abbiamo cominciato inventari delle sementi di varietà criolle, cioè locali. Con la "rete per la protezione della biodiversità" abbiamo elaborato una proposta di legge per la conservazione delle varietà criolle. Insomma, vogliamo incidere là dove si prendono le decisioni». Questo volevano dire, Campos e Vasquez: «Che in Nicaragua e in tutta l'America latina esistono esperienze di comunicazione molto semplici, ma che hanno un grande impatto sullo sviluppo delle popolazioni rurali». Basta sempre intendersi su cosa sia lo «sviluppo».
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