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TERRA TERRA
14.11.2006
  • | di Alice Rocco
    Delfini con 4 pinne, uomini senza testa
    Accade a Taiji, prefettura di Wakayama, Giappone. Diversi giornali e siti Internet (tra cui AbcNews.com e la repubblica.com del 6 novembre 2006) danno la notizia della scoperta «casuale» di un delfino (delphinus delphis) che ha un paio di pinne in più rispetto agli altri esemplari del suo ordine. La scoperta è avvenuta una decina di giorni fa; secondo gli scienziati giapponesi che ne sono stati protagonisti, questo esemplare confermerebbe la teoria evolutiva secondo la quale i delfini siano il risultato di una trasformazione di mammiferi quadrupedi terrestri, secondo alcuni dagli ungulati. Le due pinne «in più» che si trovano vicino alla pinna caudale sarebbero un «ricordo» delle zampe posteriori dei loro antenati terrestri.
    I giornali riferiscono che la scoperta è stata fatta «casualmente» dai pescatori giapponesi, i quali l'avrebbero comunicato al Museo delle Balene di Taiji. «Si sono accorti subito delle strane pinne vicino alla coda», ha raccontato il direttore del Museo di Taiji, Katsuki Hayashi. Anche il delfino con le due pinne nuove (o antiche), «testimone» dell'evoluzione, sarebbe stato trasferito nello stesso Museo dove viene custodito e sottoposto a esami fisici e genetici.
    Tutt'altra versione è data sul sito della Whale and Dolphin Conversation Society (Wdcs, www.wdcs.org) che sostiene la scoperta sia stata fatta dai pescatori nel corso di una brutale operazione di cattura di mammiferi marini chiamata «drive hunt», in giapponese oikomiryou. Nel corso di questi veri e propri safari oceanici, i delfini vengono circondati da piccole imbarcazioni e guidati verso la riva, storditi da forti rumori subacquei fino a che non raggiungono una baia chiusa da cui è per loro impossibile fuggire. Una volta raggiunta la riva vengono uccisi per farne carne da consumo umano oppure venduti a delfinari di tutto il mondo. Il Taiji Whale Museum è tristemente noto ed è stato oggetto di frequenti denunce e campagne di stampa da parte di organizzazioni ambientaliste e animaliste e di istituzioni scientifiche proprio perché sarebbe uno dei principali responsabili di quel traffico di delfini, orche e altri mammiferi marini. Una campagna dello stesso Wdcs, dal titolo Driven by Demand («Guidati dalla domanda») denuncia come tra il 2000 e il 2004 oltre 6.000 delfini e piccole balene siano stati uccisi in «drive hunts» a Taiji. Pare che siano destinati alle tavole della popolazione locale - anche se studi recenti suggeriscono che la carne dei delfini, come quella delle balene, uccise a migliaia in Giappone negli ultimi 20 anni, sia sempre meno amata dal pubblico giapponese: quindi la continua caccia a balene e delfini avrebbe motivazioni ormai più politiche che di mercato. Circa 250 delfini sono stati invece catturati vivi per essere venduti ad acquari e a parchi a tema acquatici (sul sito www.drivenbydemand.org è possibile leggere il rapporto completo sulla campagna e scaricare un documentario sulle «drive hunts»).
    Una gran percentuale dei delfini catturati vivi muore però nei primi giorni o nelle prime settimane di cattività e in ogni caso ha una ridottissima speranza di vita rispetto alle condizioni di vita in mare aperto. Il «delfino anomalo» - si legge in un comunicato della Wdcs - «probabilmente non vedrà mai più il suo habitat nell'oceano e potrebbe non sopravvivere a lungo, a causa dei problemi associati allo stato di cattività e allo stress estremo associato alla cattura dopo una 'drive hunt'».
    Ma per la maggior parte delle testate stampate o in rete che si sono occupate del caso mancano del tutto accenni alla crudele pratica della «drive hunt» che si perpetua in due città giapponesi, una delle quali è proprio Taiji. Le descrizioni giornalistiche dell'avvenuta cattura dell'animale che ha portato alla scoperta hanno ignorato completamente queste circostanze.
    E' probabile che la scoperta scientifica sia di grande importanza. Ma dovrebbe esserlo anche l'educazione e il rispetto dell'ambiente e la denuncia del precario stato di sopravvivenza degli animali marini, quotidianamente intossicati dai rifiuti, minacciati dalla pesca, e dall'urbanizzazione delle coste. Nel caso di Taiji a questi pericoli si aggiunge il disinvolto, crudele e inutile mercato dei delfini, vivi e morti.
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