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TERRA TERRA
12.12.2006
  • | di Luca Manes
    Il «gas flaring» che impesta il delta del Niger
    Per la Nigeria il petrolio è da troppo tempo una maledizione. Un paese che ha nel suo sottosuolo ingenti riserve di greggio deve incessantemente fare i conti con un mancato sviluppo, devastazioni ambientali e conflitti intestini sempre sul punto di sfociare in pericolosi rigurgiti di violenza. Mentre le multinazionali petrolifere continuano ad arricchirsi, il debito del Paese aumenta, le popolazioni locali rimangono povere e delle loro terre viene fatto scempio in maniera indiscriminata. Basti pensare che in Nigeria il gas naturale collegato all'estrazione del greggio viene bruciato a cielo aperto, infischiandosene del «dettaglio» che una tale pratica, in inglese denominata gas flaring, sia da troppo tempo causa di inquinamento e scempio ambientale. A far uso del gas flaring sono tutte quelle compagnie occidentali, e sono tante, che da decenni operano proprio nei territori del Delta del Niger.
    Eppure nel novembre 2005 un giudice dell'Alta Corte federale nigeriana aveva stabilito che il gas flaring è illegale, dal momento che viola i diritti umani delle popolazioni locali, e che chi lo praticava - la joint venture composta dalla Nigerian National Petroleum Corporation e da altre cinque compagnie straniere (in ordine d'importanza Shell, che ha un ruolo preponderante, quindi ChevronTexaco, l'italiana Agip, Exxonmobil e TotalFinaElf) - doveva immediatamente cessare di utilizzarlo. Il ricorso alla corte è stato inoltrato dagli Iwerekan, una delle comunità residenti nella regione del Delta del Niger. Il gas flaring è un fenomeno naturale che si verifica nell'atto di estrazione del petrolio, che esce dal terreno più spesso associato a gas. Gas che sotto la superficie in realtà è dissolto nel petrolio, ma che poi quando viene pompato fuori ritorna alla forma gassosa. Questo processo alquanto complesso ha delle implicazioni molto nocive. Prova ne sia che il panorama del territorio del Delta del Niger è costellato da abbaglianti fiammate alte decine di metri, causa di rumorose esplosioni che si susseguono giorno e notte, spesso anche a poca distanza dai villaggi (i pennacchi di fuoco sono così imponenti che si possono distinguere nettamente dalle riprese satellitari). Con il gas flaring si disperdono nell'aria tossine inquinanti come il benzene, che tra le popolazioni locali ha provocato l'aumento in maniera esponenziale di tumori e di malattie respiratorie quali la bronchite e l'asma. Ma è anche l'unico motivo della presenza nella regione delle piogge acide, con tutte le conseguenze sull'ambiente e sulle persone che questo comporta - tanto che le case degli abitanti della zona appaiono non di rado corrose o con le pareti esterne permeate da una pellicola nerastra. Ciliegina sulla torta, il gas flaring contribuisce massicciamente al rilascio di gas serra, quelli che stanno scombussolando il clima del nostro pianeta. Si pensi che è stato calcolato che la regione del Delta del Niger, da sola, arriva a produrre ben 70 milioni di tonnellate di Co2 all'anno.
    Secondo la corte nigeriana, il gas flaring «va contro il diritto alla vita, alla salute e alla dignità». Tuttavia appare quasi superfluo ricordare che la Shell e le sue consorelle quando svolgono le loro attività nel Nord del mondo non si azzardano a ricorrere a un tale espediente o a mostruosità affini. D'altronde provate a chiedere all'uomo della strada se sa che cosa è il gas flaring. Ben pochi saranno in grado di rispondere, semplicemente perché in Europa il 99% del gas collegato all'estrazione del petrolio è utilizzato oppure iniettato di nuovo nel terreno. E poi nessuna multinazionale del petrolio si sognerebbe di utilizzare standard di produzione così bassi come accade in Nigeria o in altri Paesi del Sud del mondo.
    Il problema nel Delta del Niger è che non si sono costruite le infrastrutture necessarie per «imbrigliare» il gas e utilizzarlo per uso domestico e industriale, come invece viene fatto dalle nostre parti, perché i costi sarebbero stati troppo elevati e il ritorno economico insufficienti. In Nigeria non c'è un mercato interno per il gas, quindi per le oil corporations vale molto più la pena concentrarsi principalmente sulle lucrose esportazioni di greggio verso i Paesi occidentali, oppure sui giacimenti che producono esclusivamente gas. In proposito val la pena menzionare l'impianto di Bonny Island, gestito anche dall'Agip, dove il gas viene liquefatto per essere poi trasportato fuori dall'Africa (in piccola parte anche in Italia). Chi ci rimette è sempre la popolazione locale, visto che è stato calcolato che alla Nigeria bruciare gas all'aria aperta costa ogni anno una cifra intorno ai 2,5 miliardi di dollari in mancati profitti. Dopo il danno, quello socio-ambientale, la beffa, ovvero lo sperpero di una risorsa preziosa.
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