domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
14.12.2006
-
| di Marco Boccitto
Vittoria, i Boscimani possono tornare a casa
Le popolazioni San del Botswana potranno tornare nelle loro terre al centro del Kalahari, il grande deserto dell'Africa australe, dalle quali erano stati espulsi con la forza dal governo centrale di Gaborone. Lo ha deciso ieri l'Alta corte del paese africano, bollando come «illegale e incostituzionale» il divieto imposto in tal senso dalle autorità. Viene in pratica accolto il ricorso presentato dai rappresentanti di Gana e Gwi, due etnie appartenenti alla grande famiglia dei San, progressivamente e sempre più forzatamente allontanate dalla regione in cui vivevano da oltre 20 mila anni. Non per niente i San, chiamati anche Boscimani con intenti spesso dispregiativi (da bushmen, «uomini della boscaglia»), sono considerati i più antichi abitanti dell'Africa sub-sahariana insieme ai loro vicini Khoi e ai più lontani Pigmei, con i quali del resto condividono anche primati più tristi, ovvero secoli di discriminazioni ed espropri. L'esito favorevole del processo costituisce peraltro un precedente importante per tutte le popolazioni africane vittime di trasferimenti coatti di massa.
Si chiude così, almeno per ora, una pagina piuttosto imbarazzante per quella che viene considerata una delle democrazie più trasparenti del continente. Il governo del Botswana, che nei prossimi giorni deciderà se ricorrere contro la decisione della corte, finora si era difeso sostenendo che Gana e Gwi, tradizionalmente raccoglitori-cacciatori, essendosi convertiti ai fucili e ai fuoristrada erano diventati una minaccia per l'ecosistema della Central Kalahari Game Reserve. Quindi un ostacolo allo sviluppo turistico della regione. Inoltre, la loro distribuzione su un territorio così vasto rendeva difficile l'accesso alla scuola e alla sanità, al cibo e all'acqua, insomma a tutto quello che ora il governo si fregia di fornire loro nei campi in cui sono stati insediati.
Il sospetto invece è che il governo, in combutta con la multinazionale dei diamanti De Beers, volesse mettere le mani, indisturbato, sulle immense risorse minerarie presenti nel sottosuolo dell'area.
Gli ultimi mille San sono stati così deportati nel 2002 al termine di un periodo di minacce e violenze, culminato con il taglio delle forniture idriche. A loro fianco allora scendono in campo Survival International e personaggi famosi come l'attrice britannica Julie Christie o il vescovo sudafricano Desmond Tutu. Tutti inguaribili romantici, secondo Il governo di Gaborone, incapaci di rendersi conto che i San avevano già da tempo rinunciato al loro stile di vita ancestrale e che la soluzione approntata dalle autorità gli avrebbe garantito maggiori opportunità.
Secondo il presidente del tribunale Maruping Dibotelo, invece, «i ricorrenti» sono stati privati dei loro territori «con la forza o per errore e senza il loro consenso», tra l'altro in aperto contrasto con una Costituzione che tutela i diritti delle minoranze. Il verdetto è rimasto comunque in bilico fino all'ultimo secondo, con una spaccatura netta all'interno della corte giudicante. Nulla che potesse guastare l'entusiasmo dell'avvocato che sostiene le ragioni dei San, Gordon Bennett, secondo il quale «è stato riconosciuto il loro diritto a vivere nella riserva per tutto il tempo che vogliono, e questa è una vittoria meravigliosa».
Alla fine del tormentato procedimento giudiziario, il più lungo e costoso nella storia del Botswana, possiamo dire che i San non faranno la fine degli Apache. Anche perché Roy Sesana, leader dell'organizzazione First People of the Kalahari, principale gruppo di pressione per il riconoscimento del diritto della sua gente a vivere dove gli pare, non è Geronimo. Fermo e risoluto nel denunciare le nuove condizioni di vita dei San, che in regime di assistenza statale si sono ritrovati senza niente da fare, se non affrontare gravi problemi di povertà, alcolismo e diffusione dell'Aids. L'unica leggerezza, forse, l'attivista l'ha commessa di recente, cercando di coinvolgere al suo fianco anche Leonardo Di Caprio. Infatti Blood Diamonds, l'ultimo film della star, stigmatizza le atrocità commesse in nome del commercio di preziosi in alcuni stati africani. La cosa ha comprensibilmente provocato l'indignazione del Botswana, un paese che si vanta di ridistribuire sull'intera popolazione i proventi della vendita di diamanti e che non può essere accusato di voler innescare processi sanguinari come quelli che hanno portato ad esempio la Sierra Leone al disfacimento. Ma la cosa per fortuna non ha influenzato più di tanto l'Alta Corte. I diamanti sono per sempre? Lo è a maggior ragione la terra da cui vengono cavati.
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