mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
21.03.2007
-
| di Patrizia Cortellessa
Gli artigli dell'industria sulle terre del Bengala
Non accennano a placarsi le proteste nel Bengala occidentale contro la politica di esproprio di terre agricole per far posto alle famigerate Sez (Zona economica speciale) in nome della corsa allo «sviluppo» di un'India sempre più lanciata sul mercato mondiale. Stavolta non sono la zona di Singur e la Tata motors a infiammare la rivolta, ma il principio stesso: ossia il fatto che lo Stato sottragga terre ai contadini che di e su di esse vivono. Contadini che non sono disposti ad abbandonarle o ad accontentarsi di ridicoli indennizzi. È un braccio di ferro senza fine, che si trascina dietro un tragico bollettino di morte.
Qualche giorno fa, nella zona di Nandigram - già a gennaio al centro di violenti scontri con la polizia - a causa della decisione del governo di requisire 14mila acri di terra agricola per far posto a un impianto chimico dell'indonesiana Salim Group - la polizia, unitamente a funzionari governativi aveva «riconquistato» quelle terre che i contadini presidiavano da mesi a suon di pallottole. Tragico il bilancio: 14 morti e circa 45 feriti. «Il giorno più nero nei 30 anni di governo della sinistra nel Bengala occidentale. È un giorno atroce e sfortunato» l'aveva definito il ministro del Dipartimento dei lavori pubblici, Kshiti Goswami. Ma non si può certo parlare di fatalità. E suonano come sempre poco credibili le ragioni della «legittima difesa» addotte dalle autorità locali. I poliziotti avrebbero aperto il fuoco perché assaliti da oltre cinquemila persone con piccoli ordigni e armi leggere (tipo falcetti, per intenderci).
E pensare che il Capo ministro Buddhadeb Bhattacharya, all'indomani delle violente proteste del 13 gennaio in quella zona - che avevano causato la morte di 6 contadini e di un poliziotto (altre fonti parlano di 11 morti) - aveva dichiarato che il governo non avrebbe mai realizzato una zona industriale senza prima consultare la popolazione. Una promessa non mantenuta, a quanto pare. E come sembra lontana quella riforma agraria sulla quale il partito comunista, da 30 anni al potere nel Bengala occidentale, aveva fondato il suo potere e il suo consenso. Ora sembra che voglia restituire alle grandi imprese quelle aree, con o senza il consenso degli agricoltori. Le forti proteste contadine sono riuscite intanto a fermare un altro progetto industriale, questa volta nell'Orissa, dove era prevista la costruzione di un impianto di 12 miliardi di dollari, l'acciaieria sudcoreana Posco Co.Ltd.
Contro il progetto di requisizione a Nandigram e contro gli ultimi assassinii da parte della polizia il Trinamul Congress, principale partito d'opposizione al governo centrale, aveva proclamato per il 16 marzo uno sciopero generale. «Vogliamo l'industrializzazione ma non a costo del sangue degli agricoltori» aveva detto un leader del Trinamul Congress. E altri 50 feriti in altre proteste svoltesi in altre parti dello stato avevano anticipato quella serrata generale.
Una sciopero che aveva visto attività e trasporti bloccati, negozi, scuole, e ditte dell'intero stato chiuse. Disordini si sono verificati sotto il palazzo del governo locale di Kolkata, dove si è radunato un migliaio di dimostranti inferociti. Il bilancio finale della giornata parla di circa 1600 arresti a fronte di scontri avvenuti un po' ovunque, area di Singur compresa.
Per il momento sembra che gli ultimi tragici avvenimenti abbiano posto un freno all'ennesimo progetto governativo, che non sarà l'ultimo, e che ha scatenato accesi dibattiti pubblici. Forse a Nandigram non si costruirà più la Zona economica speciale. Condizionale d'obbligo, visto gli sviluppi dell'ultima promessa, non mantenuta, del governo. Forse a Nandigram no, ma da qualche altra parte sì, perché la corsa inarrestabile dell'India, obbligata a tentare di ridurre lo svantaggio rispetto alla Cina - quanto ad apertura dell'economia verso l'Occidente - sarà costellata dagli effetti di un'industrializzazione che - e senza forse stavolta - non potrà che essere selvaggia.
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