domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
23.03.2007
-
| di Marina Forti
Emergenza ambientale sulle rive del Mekong
Lo spettacolo è impressionante. Intere colline sono ricoperte di alberi e arbusti tagliati, macchie di foglie ormai color giallo-rosso che seccano al sole. I tronchi più grandi sono già stati portati via, il resto è pronto per il fuoco: la vegetazione ormai secca brucia per giorni, finché sarà ridotta a brace. Allora la terra sarà pronta a essere rivoltata per la semina, giusto a tempo per le piogge. E' quello che viene chiamato «agricoltura taglia-e-brucia». Intere macchie di foresta tropicale scompaiono così per fare posto a nuove coltivazioni. In grandi zone della Thailandia settentrionale i fuochi ardono già da un paio di settimane; al di là del Mekong, nel Laos nord-occidentale, sono cominciati in questi giorni. Tutto sarà bruciato entro maggio, quando in Indocina comincia la stagione delle piogge. E' una routine stagionale; il fuoco serve a ripulire nuovi campi per un'agricoltura itinerante, che sfrutta il terreno per qualche anno poi lo lascia rigenerare e si sposta: si chiama agricoltura «taglia-e-brucia».
Il problema sono le dimensioni del «taglia-e-brucia», quando gli incendi sfuggono di mano, o quando le estensioni bruciate si ampliano per fare posto non tanto alle coltivazioni di sussistenza ma a intere piantagioni. Allora il fumo provocato dagli incendi diventa una foschia densa e persistente - e tossica.
La foschia ha spinto qualche giorno fa il governo della Thailandia a dichiarare lo stato d'emergenza nella provincia settentrionale di Chiang Rai, che confina con il Laos (attraverso il Mekong) e con la Birmania; l'emergenza è stata poi estesa alla provincia di Chiang Mai, città nota come destinazione turistica, e altre due province di quella regione collinosa. A Chiang Rai le autorità hanno distribuito agli abitanti 300mila maschere per proteggersi dal fumo, e chiesto agli anziani e ai bambini di restare in casa. I bollettini ambientali sono allarmanti: la qualità dell'aria è definita secondo la concentrazione di particelle più piccole di 10 micron (il «particolato sospeso») misurata in microgrammi per metrocubo d'aria. La soglia massima sopportabile sono 120 microgrammi per metrocubo, secondo le norme thailandesi, e 300 è la soglia del pericolo: a Chiang Mai nei giorni scorso sono stati registrati 382 microgrammi per metrocubo, riferiva The Nation, importante quotidiano in lingua inglese pubblicato a Bangkok. La visibilità è scesa a poche centinana di metri, decine di voli sono stati cancellati, il 20 marzo le autorità sanitarie di Chiang Mai parlavano di 16mila persone affette da problemi respiratori, gli operatori turistici temono per l'andamento della stagione...
Gli incendi stagionali, e la «foschia» che ne deriva, sono ormai una ricorrenza stagionale di ampie zone del sud est asiatico: in particolare in Indonesia, in un'ampia regione che va dal Borneo a Sumatra, con episodi di «foschia» che coinvolgono a volte Singapore e la capitale malese Kuala Lumpur. Non era però il caso della Thailandia, dove i giornali parlano in questi giorni della peggiore emergenza ambientale da almeno 14 anni.
Gli incendi di una certa dimensione compaiono sulle foto scattate dai satelliti come «punti caldi»: il 20 marzo il Dipartimento per il controllo ambientale registrava 593 «hot spot» in Thailandia, di cui due terzi nel nord. The Nation faceva notare che solo la settimana prima i «punti caldi» erano poche decine, ovvero: gli inviti delle autorità a non accendere fuochi non sono stati osservati. Gli incendi agricoli per la verità sono vietati da anni... Meteorologi consultati dall'agenzia Ips dicono che a peggiorare le cose è stata la corrente d'aria fredda scesa dalla Cina sulla regione tra Laos, Birmania e Thailandia settentrionale. E se la Thailandia ha dichiarato lo stato d'emergenza, nel vicino Laos intere colline continuano a bruciare. Tanto che Greenpeace fa appello al governo thailandese a fare una valutazione dei danni ambientali ed economici provocati dagli incendi in tutta la regione, e lavorare con i paesi vicini per prevenire episodi simili in futuro.
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