domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
27.03.2007
-
| di Luca Martinelli
«Libero commercio» in Centroamerica
Iniziano a misurarsi gli effetti dell'apertura commerciale imposta dagli Stati uniti d'America ai paesi centro americani. In Guatemala il deficit commerciale tra luglio e settembre del 2006 è cresciuto del 36% rispetto allo stesso periodo dell'anno prima, ed è aumentata la dipendenza dall'economia Usa (verso cui viaggia il 46% dell'export e da dove arriva il 34,3% dell'import). Secondo un'analisi diffusa dall'Istituto di studi agrari e rurali, dall'entrata in vigore del Cafta (Central America free trade agreement) il paese ha importato 541 mila tonnellate di mais, pari a 1/3 del fabbisogno nazionale, per 61,5 milioni di dollari (+ 18% in volume e + 32% in valore la variazione rispetto al 2005 tra gennaio e settembre 2006). I prezzi al consumo degli alimenti base della dieta della popolazione più povera è cresciuto del 7,5%. I benefici, legati alle esportazioni, sono per pochi, come i grandi produttori di canna da zucchero (+ 55% dell'export).
Dal primo marzo il Trattato di libero commercio è in vigore anche in El Salvador. Lo stesso giorno le organizzazioni sociali sono scese in piazza per protestare contro un accordo che causerà la rovina «di 400 mila produttori di mais, fagioli e riso, beni di consumo che fanno parte della dieta del popolo, a causa della grande importazione di questi prodotti che negli Stati uniti sono sussidiati dal governo e prodotti sfruttando tecnologie altamente sviluppate», come si legge in una nota diffusa attraverso l'agenzia di stampa Adital, che aggiunge: «Subiranno gli effetti negativi del trattato oltre 65 mila famiglie che attualmente si dedicano al commercio informale di Cd e Dvd».
Cinque giorni prima, lunedì 26 febbraio, almeno 200 mila persone hanno partecipato alla marcia convocata a San José del Costa Rica dal movimento che si oppone alla ratifica del Cafta. In molti hanno partecipato anche alle manifestazioni parallele, lo stesso giorno, in altre città come Santa Cruz, Liberia, San Carlos e Limón. Il Costa Rica è l'ultimo tra i paesi centro americani a non aver aperto le frontiere ai prodotti Usa. A San José una folla di donne, indigeni, studenti, università, cooperative, associazioni per lo sviluppo, sindacati hanno camminato, per 5 ore, dalla statua di León Cortés fino alla sede del Parlamento, per chiedere al presidente della Repubblica, il premio Nobel per la pace Oscal Arias, di non ratificare il Trattato di libero commercio.
Il Frente de lucha contra el Tlc costaricense ha ottenuto anche l'appoggio della Federazione internazionale per i diritti umani (Fidh), che ha rivolto una lettera a Oscar Arias, impegnato in un'azione di lobbying pro-Tlc e in una crociata di demonizzazione del movimento: «Il suo governo e altri settori del potere economico, politico e dell'opinione pubblica hanno più volte pubblicamente delegittimato il movimento che si oppone al Tlc in Costa Rica, con l'obiettivo ultimo di criminalizzare la lotta sociale, creando un clima di tensione che può erodere la pace e danneggiare la governabilità democratica che ha positivamente caratterizzato il suo Paese nelle ultime decadi».
Il Costa Rica, definito «la Svizzera dell'America centrale» per il suo carattere neutrale, registra i più alti indici di qualità della vita di tutto il Centro America. «Confidiamo che sappia re-orientare il suo comportamento in favore dello Stato sociale di diritto», continua il monito della Fidh. «Garantire i servizi pubblici e la protezione sociale è cruciale in Costa Rica. Il suo paese oggi ha i migliori indici regionali di copertura elettrica, telefonica, di salute, di acqua, grazie all'eccellente funzionamento delle istituzioni di servizio pubblico, e alla qualità delle istituzioni democratiche». Conclude la Federazione internazionale per i diritti umani: «È imprescindibile \ salvaguardare le ricchezze della nazione, a partire dalle imprese pubbliche delle quali, sicuramente, anche lei riconosce l'efficacia».
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