mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
29.03.2007
-
| di Marinella Correggia
Venezuela: vittoria india sul carbone
La ministra venezuelana dell'ambiente Yubiri Ortega de Corrizales ha annunciato alle popolazioni Yukpa e Wayùu della Sierra de Perijá che, per ordine diretto del presidente della Repubblica socialista bolivariana Hugo Chávez, sarà proibita l'apertura di nuove miniere di carbone nello stato di Zulia e sarà evitato anche l'ampliamento delle miniere Guasare e Paso Diablo, progettate sulle terre indigene.
Il governo centrale del paese ha dunque finalmente dato ascolto agli indigeni, che il giorno prima avevano occupato il Ministero delle Miniere. La lotta continua, perché si chiede di annullare per decreto anche le concessioni minerarie già da tempo esistenti sulle terre indigene. Ma la soddisfazione è grande: il segnale è positivo. Infatti, secondo le dichiarazioni delle Comunità indigene, di collettivi ambientali e dell'organizzazione «Homo et natura» riportate dal sito www.aporrea .org, la Ministra ha dichiarato che il governo favorirà un modello sostenibile basato sull'ecologia, sulla coltivazione, sul turismo. Per i protagonisti della lotta, «decidere che sulle nostre terre non si aprirà nessuna miniera di carbone, nera maledizione del diavolo, significa dare speranza di un futuro al popolo Wayúu di Mara y Páez, agli indigeni della Sierra de Perijá e alla vita stessa della natura». Quattro volte l´anno scorso i Wayuu, Yukpa, Bari e Japreria erano usciti dalla foresta per andare a protestare nelle strade di Caracas.
La Sierra di Perijá è una regione andina ricca di foreste e biodiversità, lungo la frontiera fra Venezuela e Colombia, che secondo le denunce di Caracas è soggetta a frequenti incursioni paramilitari colombiane. Le popolazioni indie della Sierra, circa 250 mila persone, hanno subito conseguenze devastanti in termini di malattie, disagio sociale e devastazione ambientale dopo che nel 1987 furono aperte due grandi miniere. La loro lotta si è di recente concentrata sui progetti di tre nuove impianti, oltre all´ampliamento di quelli esistenti, che avrebbero quadruplicato la produzione carbonifera del Venezuela (paese davvero ben dotato in tutti e tre i fossili: petrolio, gas, carbone), in joint-venture fra lo stato venezuelano e compagnie minerarie di Usa, Irlanda, Brasile, Australia, Cile, Giappone.
Le due miniere, aperte decenni fa comprando il sostegno degli allora capi indigeni, hanno lasciato intere comunità senza terra coltivabile e distrutto fiumi e foreste, inoltre specie come l'orso delle Ande, il formichiere gigante, iguane e varie scimmie si sono quasi estinte. Quanto ai nuovi progetti minerari, uno dei problemi principali sarebbe stata la deforestazione intorno ai siti, e la contaminazione dei corsi d'acqua con metalli pesanti. «Possiamo vivere senza carbone, ma non senza acqua», era stata la sintesi di Angela Gonzales, attivista Wayuu. Gli abitanti insistevano: «Il progetto venezuelano per una repubblica socialista è certo inclusivo, ma sfuggono gli indigeni».
La costituzione venezuelana del 1999 prevede la demarcazione statale delle terre indigene e garantisce diritti di proprietà collettivi; un passo avanti significativo, anche se si limita a dire che lo sfruttamento delle risorse naturali deve essere subordinato al rispetto dei popoli e delle loro terre. Ma prima della recente svolta, le comunità della Sierra lamentavano il fatto che il governo avesse escluso dai diritti collettivi loro assegnati sia le concessioni minerarie - e qui il problema sembra superato dall'ultima decisione governativa, sia grossi allevamenti a pascolo, e qui il problema rimane.
In alcune province il governo ha facilitato accordi fra allevatori e popolazioni indigene per ridurre le dimensioni dei ranch senza eliminarli; sulla Sierra invece i gruppi indigeni non accettano compromessi. A partire dagli anni '50 gli allevatori si sono appropriati dei territori sui rilievi andini meno elevati, distruggendo le foreste e anche incendiando le capanne indie. Ora i nativi rivendicano il proprio territorio.
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