mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
13.04.2007
-
| di Marina Forti
Kampala, il linciaggio degli indiani
Un conflitto sociale e politico si trasforma ancora una volta in un conflitto etnico. Succede in Uganda, da cui arrivano notizie drammatiche. Nella capitale Kampala ieri una folla di persone inferocite ha lapidato (letteralmente, ucciso a sassate) un uomo di origine indiana, e altre due persone sono morte durante una manifestazione per protestare contro il progetto di tagliare una delle ultime zone di foresta tropicale del paese per espandere una grande piantagione di canna da zucchero.
Il caso della Mabira Reserve Forest (vedi terraterra del 7 aprile) è scoppiato l'anno scorso quando il presidente della repubblica Yoweri Museveni ha chiesto (alla National Forest Authority, ente forestale dello stato) uno studio sul progetto di tagliare 7.000 ettari di foresta vergine a una quarantina di chilometri da Kampala, per permettere l'espansione delle piantagioni di canna di un'azienda locale di produzione di zucchero. L'azienda, Scould, appartenente al Metha Group - che, come dice il nome, è di proprietà indiana. Settemila ettari sono quasi un terzo della Mabira Reserve, che è un'area protetta nazionale, e la proposta di Museveni di darla in concessione agli zuccherifici ha sollevato proteste fin dentro il parlamento, oltre che tra gli abitanti della zona e gruppi ambientalisti. Anche perché il caso di Mabira fa parte di un trend dell'élite ugandese a «recuperare il tempo perduto» nell'economia globale sfruttando le ricchezze naturali («Una pianificazione economica per diktat dove chiunque metta in questione i piani di sviluppo è bollato di antipatriottico», scriveva tempo fa un giornalista e attivista sociale ugandese: tt, 5 settembre 2006). Già migliaia di ettari di foreste «protette» sono stati dati in concessione.
Nel caso di Mabira oltretutto c'è un parere negativo dell'ente forestale. Tagliare quella foresta avrebbe costi ambientali ben superiori ai benefici economici della piantagione, dicono ambientalisti e parlamentari; tra l'altro provocherà erosione del suolo e crolo delle fonti d'acqua nel bacino che alimenta il lago Vittoria, oltre a cancellare un polmone naturale che oggi protegge il lago dall'inquinamento e minacciare numerose specie di flora e fauna.
Proprio ieri su un giornale ugandese un annuncio pubblicitario degli zuccherifici Scoul attacca «le lobby anti-sviluppo», afferma che l'azienda è «molto sonsapevole dei problemi ambientali» e ha chiesto di piantare solo su zone di foresta già degradate o usate da «abusivi» - famiglie che praticano un'economia di sussustenza, e perderebbero la terra su cui sopravvivere.
Ieri il conflitto ha preso una piega terribile. Ieri sera parecchi blindati della polizia presidiavano il centro di Kampala, riferiva l'agenzia Reuter. Le cose erano cominciate con una manifestazione, legalmente autorizzata, contro il progetto di piantagione. Era tutto pacifico, ha detto (alla Reuter) l'organizzatore della protesta, Frank Muramuzi: poi però c'è stato un «malinteso» con la polizia; «All'improvviso hanno aperto il fuoco con lacrimogeni e proiettili; tutti si sono sparpagliati, ma due persone sono rimaste a terra». La reuter parla di duri scontri. Riferisce che la folla ha cominciato ad attaccare negozi di proprietari asiatici e assediato un tempio hindù, un cui si era rifugiato un centinaio di persone - indiani ugandesi, o ugandesi di origine indiana - finché la polizia le ha scortate in salvo. Durante l'assedio è avvenuto il linciaggio: vittima un motociclista, indiano, che secondo un testimone aveva tentato di forzare l'accerchiamento.
Ugandesi- indiani. Ricorsi della storia: nel 1972 l'allora dittatore Idi Amin aveva espulso dall'Uganda gli indiani (in seguito molti sono tornati), discendenti di coloro che erano arrivati nell'Africa orientale in tempi coloniali come commercianti o funzionari dell'impero britannico. A ondate ricorrenti, gli indiani d'Africa sono additati all'odio popolare, per la loro posizione dominante in molti affari. Forse anche questa volta qualcuno ha pensato di farne il capro espiatorio: un conflitto per le risorse naturali deviato in odio etnico.
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