domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
03.05.2007
-
| di Marinella Correggia
Consapevolezza sugli agrocarburanti
Primi in Europa, i Paesi Bassi hanno annunciato l'intenzione di elaborare criteri precisi rispetto ai carburanti agroindustriali, così da far fronte ai due rischi segnalati da molte organizzazioni ambientaliste e contadine: il danno ambientale ai suoli e alle acque, e l'inefficacia (o peggio) quanto al riscaldamento del clima (che poi sarebbe la ragione della corsa agli agrocarburanti). Un rapporto realizzato dalla Commissione Cramer, dal nome della sua presidente Jacqueline Cramer, da febbraio ministro dell'Ambiente olandese, raccomanda di adottare simili criteri a livello europeo, perché «è difficile che siano efficaci se messe in opera solo nel nostro paese», ha detto all'Associated Press Kees Koede di Friends of the Earth. Al rapporto hanno lavorato 14 esperti e attivisti, fra i quali Oxfam (che pessimisticamente dice: «Forse siamo arrivati già tardi»).
I Paesi Bassi sono il paese europeo che importa le maggiori quantità di olio di palma, usato sia in tantissimi alimenti e cosmetici sia come additivo nella benzina. Inoltre una compagnia olandese sta costruendo tre impianti per la produzione di energia, ciascuno da 50 megawatt, che useranno come combustibile solo olio di palma. L'uso massiccio di olio di palma ha un risvolto terribile dal punto di vista ambientale (e sociale): in Malaysia e Indonesia, i due maggiori produttori mondiali, galoppa la deforestazione provocata dalle coltivazioni di palma da olio per l'export. Produttori e ambientalisti lavorano da due anni per mettere a punto criteri vincolanti e sistemi di controllo: ad esempio, le nuove piantagioni non dovrebbero sorgere in aree protette; dovrebbero lasciare il 10% dell'area allo stato originale per proteggere la biodiversità; occorrerebbe migliorare la qualità del suolo e dell'acqua. Si osserverà, a ragione, che questi criteri paiono insufficienti (simili criteri di «foresteria sostenibile» non hanno fermato il taglio di legname, legale e non), e che l'errore sta nel manico: nel coltivare energia.
La Commissione Europea, braccio esecutivo di 27 nazioni, sta appena cominciando a porsi il problema. Poche settimane fa ha approvato un piano per tagliare le emissioni di gas serra (del 20% rispetto al 1990 entro il 2020) secondo il quale almeno il 10% del carburanti usati per il trasporto in un prossimo futuro dovrà venire dalle biomasse. Ora finalmente la stessa Commissione ha ammesso - scrive il Financial Times - che questa percentuale potrebbe accelerare la distruzione delle foreste tropicali, una delle cause del riscaldamento globale; e che dunque la direttiva in materia, prevista per l'anno prossimo, detterà criteri vincolanti per evitare metodi colturali a elevata intensità energetica (quel che il Commissario all'ambiente Stavros Dimas chiama «tipo sbagliato di biocarburanti») e/o il taglio delle foreste o l'occupazione delle paludi.
Molte organizzazioni ambientaliste però ritengono che questi standard siano inutili foglie di fico: e chiedono di aspettare tecnologie di 2a generazione, che permetterebbero di trasformare in carburante i residui di colture alimentari. In una recente riunione a Bruxelles, reti ambientaliste come Friends of the Earth, BiofuelWatch e Cpe hanno sostenuto la necessità di rimuovere il vincolo del 10% minimo. I servizi della Commissione hanno precisato che la crescita delle piantagioni di palma da olio finora è imputabile all'enorme domanda delle industrie alimentari e dei detergenti e cosmetici (all'oscuro dei consumatori, che non leggono gli ingredienti di quel che comprano). Vero, ma è ovvio che il problema si ingigantirà con lo slancio dato agli agrocarburanti. Dal canto suo, il governo indonesiano alla Conferenza Onu sui cambiamenti climatici del dicembre 2007 proporrà alle nazioni ricche di pagare i paesi impoveriti come l'Indonesia affinché possano conservare le foreste, vitali per il mondo. I costi totali sarebbero sui 10-15 miliardi di dollari annui. Nemmeno tanto, considerando quel che è in gioco. L'Indonesia ha il 10% delle foreste tropicali ancora in piedi sul pianeta.
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