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TERRA TERRA
10.05.2007
  • | di Marina Forti
    Dal Camerun all'Uganda, conflitti per la terra
    Oku e Mbessa sono due villaggi nel Camerun nordoccidentale; non lontani uno dall'altro, entrambi vivono di agricoltura. Ieri abitanti dei due villaggi, armati di vecchi fucili, machete e bastoni, si sono scontrati: il bilancio è di 5 morti e una sessantina di abitazioni distrutte.
    I due villaggi sono in conflitto ormai da decenni sulla proprietà delle terre coltivabili, hanno spiegato le autorità provinciali: il conflitto è riesploso di recente quando le autorità hanno ridisegnato la linea di demarcazione tra le terre comunali. Sabato la disputa è sfociata nella violenza, quando gente di Oku ha attaccato quelli di Mbessa mentre stavano compiendo «lavoro comunitario»: le comunità rurali quasi ovunque al mondo hanno regimi di uso comune di una parte almeno delle terre, e sistemi di lavoro comune per opere di interesse pubblico. Sabato gli uomini di Mbessa stavano lavorando a una strada comunale quando sono stati attaccati. L'attacco deve aver scatenato la risposta, perché le 5 persone uccise sono di Oku, riferiva ieri l'agenzia Reuter.
    In questo caso, la guerra è tre due comunità altrettanto impoverite e dipendenti dalla terra: una «guerra tra poveri», e questo fa impressione. Ma conflitti come quelli di Oku e Mbessa sono molto comuni in Camerun (e non solo), dove gran parte della popolazione rurale vive di agricoltura di sussistenza: conflitti per la terra arabile e le risorse naturali.
    Anche a Mabira, in Uganda, la terra suscita conflitto, e anche qui ci sono popolazioni rurali che vivono in un'economia di sussistenza: i protagonisti però sono ben diversi, perché l'oggetto del conflitto è una vasta zona di foresta tropicale non lontano dalla capitale Kampala, nel bacino del lago Vittoria. Anche gli attori sono diversi: da un lato gli abitanti dei villaggi sul limitare della foresta (Mabira è un'area protetta), dall'altro un gruppo industriale locale (Metha Group) proprietario tra l'altro di zuccherifici e di piantagioni di canna da zucchero - e il governo del presidente Yoweri Museveni, che ha dato in concessione oltre 7.000 ettari di foresta al medesimo gruppo industriale, che progetta di tagliare gli alberi ed estendere le piantagioni di canna.
    Il progetto di dare parte della Mabira forest al gruppo Metha ha suscitato polemiche e proteste fin dallo scorso autunno, pareri negativi da parte dell'Ente forestale dello stato, critiche di parlamentari sia dell'opposizione che dello stesso partito di governo.
    Il mese scorso il conflitto ha preso una piega terribile, quando centinaia di persone si sono scontrate con la polizia a Kampala (che ha aperto il fuoco su una dimostrazione autorizzata e ucciso due manifestanti); durante gli scontri una folla inferocita ha attaccato gli ugandesi-indiani, distrutto negozi, assediato un tempio hindu, infine ucciso di botte un uomo semplicemente perché di origine indiana (vedi terraterra, 13 aprile). Come un conflitto sociale si trasforma in conflitto etnico (il Metha Group è di proprietà ugandese-indiana), anche se l'oggetto del contendere è l'accesso alle risorse naturali.
    Già, perché dalla foresta di Mabira centinaia di famiglia traggono di che vivere: «E' tutto: legna da ardere, carbonella, erbe medicinali, frutti commestibili, fibre, legno da lavorare. e poi, la foresta assorbe la pioggia e riempie i fiumi. Non possiamo vivere senza foresta» dichiara (all'agenzia reuter) il signor Haruna Salongo, seduto su una stuoia davanti a casa, nel villaggio di Mabira. Certo, il governo sostiene che l'Uganda perde ogni anno otto volte quei 7.000 ettari per l'azione dei piccoli contadini, che tagliano alberi per coltivare o fare carbone vegetale - e contrappone l'esigenza ambientale con la necessità di sviluppo industriale. E' la solita questione di interessi: quelli di qualche investitore privato o contro quelli di un'intera popolazione locale.
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