mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
31.05.2007
-
| di Marinella Correggia
La raffineria cinese e il tuo dolcetto Twinkie
Spiega Wikipedia che il Twinkie è un «dolce dorato e spugnoso riempito di crema»; una della tante americanate, ritenuto negli stessi Stati uniti la quintessenza del cibo spazzatura prodotto e consumato in 500 milioni di esemplari all'anno. Aiuta le vendite di questo dolcetto industriale dalla forma di plum cake il pupazzetto mascotte che si trova nelle confezioni. Leggenda metropolitana o realtà, i Twinkies hanno una vita assai longeva; nello show tivù Family Guy, dopo l'olocausto nucleare l'unica cosa che sopravviveva era la fabbrica di questi cosi.
Il produttore Continental Food non ha mai rivelato il processo di preparazione, ma molti ritengono che sia cotto al forno visto che la parte inferiore è più scura. Nell'aprile 2005 uno scoop del Washington Post: si cuoce il Twinkie per dieci minuti, si inietta la crema in tre buchini e si finisce di cuocere.
Ovviamente, il vero scoop non è questo; ma quello di Steve Ettlinger, sul Los Angeles Times dell'altro ieri. Il giornalista è autore del recente libro Twinkie, Deconstructed che segue il fortunato filone di indagine sul junk food iniziato con Fast Food Nation (ma per ora non in grado di scalfire abitudini alimentari che hanno fatto scuola nel mondo). Il sottotitolo dell'articolo recita, quasi a mò di scusante: «Spesso gli stessi produttori non sanno da dove vengono i prodotti chimici che utilizzano». Sul Twinkie l'autore dell'articolo era partito con un'intenzione tranquilla: ritenendo che gli ingredienti fossero materie prime statunitensi - così recita la pubblicità dello «snack tutto americano» - voleva collegare luoghi e cibi, quella che chiamano la tracciabilità. Ha scoperto altro. In effetti, otto degli ingredienti del dolcetto vengono dal mais domestico (quello ancora non usato per gli animali o gli agrocarburanti) e tre dalla soia (idem), ma altri vengono da raffinerie. Cinesi per giunta. Ad esempio il monoidrato di tiamina, additivo di sintesi. La maggior parte dei cibi industriali - fra i quali i beveroni che sostituiscono il pasto, i gelati industriali, il condimento pronto per insalate ecc. - sono ormai messi a punto con additivi esteri: «oltre all'olio di palma malese o indonesiano, la vitamina B di sintesi che fortifica la farina, l'acido sorbico che conserva, glutine di grano europeo, coloranti peruviani, gomma del Ciad, niacina della Svizzera, azoto svizzero e olio del Nord Atlantico o del Medio Oriente». L'industria degli additivi, coloranti, armomatizzanti è stata delocalizzata. L'ultima fabbrica statunitense della vitamina C chiuse nel 2005. L'industria chimica sta smantellando i costosi impianti domestici e forma joint ventures con compagnie cinesi, o semplicemente acquista le sostanze chimiche da loro. L'articolo comunque non sembra tanto scandalizzarsi del fatto che ci sia della chimica nel cibo, ma che questa non sia controllata. Lungo la catena globalizzata, le verifiche sulla «qualità» (seppur sintetica) vanno a pallino.
Il recente scandalo del cibo per cani e gatti con micidiali coloranti cinesi ha reso gli statunitensi più attenti riguardo alle sostanze per uso alimentare provenienti da paesi terzi e in particolare dalla Cina. Ma che fare, si chiede l'articolo?
Anzitutto i produttori cinesi e di altri paesi dovrebbero essere sottoposti alla stessa normativa e agli stessi controlli dei prodotti nazionali. Compito del governo cinese è «insegnare» (sic) a imprenditori piccoli, ignari e molto intraprendenti che rispettare gli standard americani è necessario alla lunga per vendere. In secondo luogo occorre aumentare le ispezioni sui cibi e sugli additivi importati: più personale e più fondi, un impegno serio del governo; e il Congress dovrebbe smetterla di tagliare i fondi alla Fda. Infine, e non ultimo, i consumatori dovrebbero accettare di pagare un po' di più pur di avere alimenti ben controllati; o meglio ancora, «mangiare più frutti e ortaggi locali, preferire cereali integrali e comprare cibi il più possibile non trasformati, coltivati in modo sostenibile».
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