mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
13.06.2007
-
| di Marina Forti
Le dighe sul rio Madeira dividono il Brasile
Un nuovo progetto idroelettrico divide il Brasile con una polemica per certi aspetti inedita. Si tratta di un complesso di dighe sul fiume Madeira, che scende dalle Ande boliviane ed è il secondo affluente del rio delle Amazzoni per portata d'acqua. Il progetto, per un costo stimato di 11 miliardi di dollari, riguarda lo stato di Rondônia, confinante con la Bolivia, nella parte sud-occidentale del bacino amazzonico. Prevede la costruzione di due dighe nelle località Santo Antônio e Jirau, con turbine della potenza di 3.150 e 3.300 megawatt rispettivamente. L'energia prodotta sarà trasferita con grandi elettrodotti per oltre 1.500 km verso la regione industriale di San Paolo. C'è già un impegno di finanziamento del Banco Nacional de Desenvolvimento (Banca nazionale di sviluppo, statale) e il progetto rientra in una lista di mega-opere finanziate da organismi internazionali nell'ambito del programma Iirsa (Iniziativa per l'integrazione delle infrastrutture regionali del Sudamerica), sotto la voce Madeira Complex.
Il progetto è sostenuto dal governo brasiliano ma è criticato da organizzazioni ambientali, indigene, accademici e varie forze sociali (che animano la campagna «Viva il rio Madeira vivo»). Gli argomenti sono noti: la crescita economica e la produzione di energia contro la difesa dell'ecosistema e delle popolazioni locali. La campagna a favore è condotta da un Comitato pro-diga, finanziato da gruppi industriali e dal governo, con gli argomenti classici: la penuria energetica frena lo sviluppo del Brasile, le dighe eviteranno black-out e creeranno migliaia di posti di lavoro. Gli oppositori ribattono che l'ecosistema fluviale è minacciato: il Madeira vanta la più alta biodiversità al mondo, ma le dighe tagliano le rotte migratorie dei pesci e minacciano così la sopravvivenza della popolazione locale, che vive di pesca. E poi, Rondônia è già tra gli stati più devastati dell'Amazzonia; le foreste sono state tagliate per commercializzare legno pregiato e per fare spazio a colture di soja, un quarto del territorio ormai è deforestato.
Tagliatori di legname, cercatori d'oro, minatori e coloni hanno spesso invaso anche riserve indigene e zone protette e hanno generato frequenti conflitti con le comunità indigene Parintintin, segnala il sito Amazônia (www.amazonia.org.br). Le dighe sul Madeira aiuteranno inoltre a espandere il trasporto di soja, legname e minerali lungo una «via fluviale» integrata dalle Ande boliviane e peruviane al porto brasiliano di Belem sull'Atlantico - accelerando la devastazione di Rondônia. Senza contare che i cantieri porteranno nello stato circa 100mila persone, tra lavoratori dei mega cantieri e le loro famiglie, aggravando la pressione su servizi pubblici già deficitari - alloggi, istruzione, salute, acqua potabile....
Nulla di nuovo, purtroppo. L'aspetto inedito è lo schieramento delle forze in campo, segnalava giorni fa un lungo articolo del New York Times: infatti il governo che sostiene le grandi dighe è quello del presidente Luis Inacio Lula Da Silva, l'ex sindacalista e leader del Partito dei lavoratori, che nel suo secondo mandato ha fatto della crescita economica la sua priorità, puntando in particolare su grandi opere. Mentre tra gli oppositori ci sono anche le forze ambientaliste che hanno avuto una parte nella fondazione del Pt nel 1980 e nella sua ascesa. Insomma: il progetto Madeira è un nuovo segno del fossato aperto tra il presidente e la sua vecchia base.
La polemica poi attraversa le istituzioni. L'agenzia ambientale dello stato, Ibama, finora ha rifiutato il suo benestare al progetto. Pare che Lula abbia reagito con rabbia alla notizia del parere negativo, o almeno così riferiva la stampa brasiliana («chi ha tirato questa carpa sul mio tavolo?» è la frase che gli attribuiscono). Ora Ibama sta conducendo ulteriori indagini di impatto ambientale, chieste dal governo che considera insufficenti quelle già compiute. Il conflitto sul rio Madeira resta aperto.
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