mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
31.07.2007
-
| di Marina Forti
Il Ghana entra nell'era dei petrodollari
Il titolo del Acra Daily Mail, principale quotidiano del Ghana, dice tutto: «Grazie a dio. Petrolio, finalmente. Grazie a dio!». Era un giorno di giugno e la notizia era che nelle acque territoriali del Ghana è stato individuato un significativo giacimento di petrolio. La notizia è stata accolta con grande entusiasmo pubblico. Molte chiese hanno organizzato una preghiera di ringraziamento, mentre il presidente della repubblica John Kufuor ha dichiarato, in un'intervista alla radio, che i petrodollari trasformeranno il Ghana in una «tigre africana».
Non tutti però condividono tanto entusiasmo, leggiamo in una corrispondenza dal Ghana pubblicata ieri dal britannico The Guardian. Il petrolio è una ricchezza, non c'è che dire, e il giacimento trovato al largo di Cape Three Point, nell'oceano Atlantico, varrà miliardi di dollari. Le prospezioni sono state condotte dalla compagnia britannica Tullow Oil, che valuta il giacimento in circa 600 milioni di barili (ma è una stima «conservativa», cioè potrebbe essere di più). D'altra parte l'intera regione del Golfo di Guinea è piena di petrolio, dall'Angola alla Nigeria al Gabon, e perché proprio il Ghana avrebbe dovuto essere all'asciutto? Dunque anche il Ghana, 22 milioni abitanti e 450 dollari di reddito procapite annuo, si prepara a entrare nell'era dei petrodollari (con calma: tra la conferma dell'esistenza di un giacimento e l'inizio dell'estrazione passeranno comunque alcuni anni).
Ma il petrolio è una benedizione divina o una maledizione, si chiedono in molti. Nei paesi vicini la presenza dell'oro nero non ha evitato un destino di guerre e/o di impoverimento: si pensi all'Angola appena uscito da vent'anni di guerra interna, alla Guinea Equatoriale, al Congo, al Gabon che estrae petrolio di 30 anni ma due terzi della popolazione vivono con meno di un dollaro al giorno, o alla regione nigeriana del delta insanguinata dai conflitti e devastata dall'inquinamento. «La Nigeria ha petrolio in abbondanza, ma la gente locale non ha nulla», dice (al corrispondente del Guardian) il signor George Moore, cameriere di un ristorante di Axim, villaggio di pescatori vicino a Cape Three Point: succederà lo stesso da noi, si chiede. Il petrolio «cambierà la struttura dell'economia. Può farci surriscaldare, anche portarci all'autodistruzione», dice Kofi Bantil, economista all'università Ashesi di Accra.
Il Ghana ha alcuni vantaggi sui suoi vicini, dicono altri interlocutori. E' un paese stabile e ha un'economia solida, per gli standard della regione. Il Ghana è stato il primo paese africano a liberarsi della dominazione coloniale, nel 1957 (quest'anno ha celebrato un sontuoso 50esimo anniversario dell'indipendenza); il suo primo presidente Kwame Nkrumah simboleggiava le speranze pan-africane. E' anche un paese ricco di risorse naturali: l'oro, il cacao di cui è il secondo produttore mondiale. Quell'epoca di speranze è durata poco; nel giro di un decennio la corruzione rampante e i conflitti interni sono sfociati in un colpo di stato militare, seguito da molti altri. Instabilità politica e precarietà economica andavano insieme, causa il crollo dei prezzi del cacao sui mercati internazionali. Nel 1981, quando il luogotenente Jerry Rawlings ha preso il potere con l'ennesimo colpo di stato, il paese era al collasso. Lui ha lanciato un programma di risanamento tutto all'insegna del mercato - molto apprezzato dalle organizzazioni finanziarie internazionali (in effetti gli viene riconosciuto di aver riportato il paese alla democrazia). In qualche modo ha funzionato, nel senso che ora l'economia cresce intorno al 5% annuo, e secondo la Banca Mondiale la percentuale di popolazione sotto la soglia di povertà è scesa dal 52% nel '90 al 29%. Il direttore della Banca per il Ghana, interrogato dal Guardian, dice che negli ultimi anni il paese ha fatto grandi passi in fatto di trasparenza, e che anche senza il petrolio il Ghana è in buona posizione per entrare tra i paesi a «medio reddito» entro il 2015. Resta però la domanda: saprà usare bene i suoi nuovi petrodollari?
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