domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
20.09.2007
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| di marinella correggia
Da soli gli oceani non si salveranno
I negoziati sulla pesca vanno esclusi dall'Omc (Organizzazione mondiale del commercio) e portati avanti piuttosto in altri forum multilaterali dove gli interessi commerciali non la facciano da padroni. Ecco una delle condizioni per il salvataggio della biodiversità oceanica secondo il rapporto Oceans in Peril: Protecting Marine Biodiversity (Oceani in pericolo. Proteggere la biodiversità marina), redatto da scienziati internazionali
Il rapporto passa in rassegna i gravissimi danni inflitti al mondo dei mari da tre fattori: pesca intensiva, cambiamenti climatici, inquinamento. La situazione continua a peggiorare. Le popolazioni ittiche sono decimate dall'overfishing, cioè l'iperpesca, la pesca eccessiva, dall'uso delle reti a strascico e di altre tecniche distruttive, dall'acquacoltura insostenibile (che richiede di catturare pesce per nutrire i pesci allevati), dalla pesca illegale non regolamentata. La pesca a strascico è paragonata all'abbattimento indiscriminato degli alberi nelle foreste, un altro scrigno di biodiversità: anch'essa infatti fa danni ben al di là di quanto viene prelevato; ad esempio distrugge zone corallifere che a loro volta ospitano molte forme di vita. Un altro problema sempre più accentuato sono le catture accidentali nelle reti, il cosiddetto by-catch. Così si uccidono o feriscono centinaia di migliaia di uccelli, tartarughe, mammiferi marini e altre specie pur non «nel mirino». In certi casi i pescherecci industriali rigettano in mare la metà degli animali tirati su. Morti o morenti o feriti. La pesca «al nero», poi, è stimata intorno al 20 per cento del totale, per un valore fra i 4 e i 9 miliardi di dollari l'anno: «I paesi industrializzati impongono controlli più stringenti sulle attività di pesca, queste emigrano in acque di paesi terzi dove non esistono meccanismi efficaci; ne vanno di mezzo oltre che la fauna ittica le comunità di pescatori locali».
Il caos climatico, ormai sulla bocca di tutti (ma non nelle azioni), è un altro fattore di rischio, capace com è di innalzare il livello dei mari, aumentare la temperatura delle acque superficiali, far sciogliere i ghiacci. In un settore di oceano preso in considerazione, la densità di krill (piccolissime creature marine che compongono lo zooplancton) è scesa dell'80 per cento in meno di trent'anni, lasciando a digiuno pinguini, albatros, foche e balene. In alcune parti dell'Artico, come si sa, i ghiacci sciolti dal mutato clima mettono in pericolo foche e orsi polari.
L'inquinamento è il terzo incubo quotidiano degli oceani. La lista degli orrori impressiona: sostanze chimiche, sostanze radioattive, eccesso di sostanze organiche, versamenti di petrolio in mare,contaminazioni dell'ambiente marino che uccidono organismi e minano l'integrità dell'ecosistema. Preoccupano in particolare gli effetti sulla vita marina dei Pop (persistent organic pollutants) ovvero sostanze inquinanti organiche persistenti, soprattutto quelle non ancora regolate dalla Convenzione di Stoccolma. Rifiuti marini come la plastica e gli strumenti di pesca abbandonati uccidono o feriscono molte specie. Ampie zone «morte», prive di ossigeno, peggiorate dall'iniezione di massicce dosi di fertilizzanti, scarichi fognari e altro, sono altri segnali dello stress oceanico.
David Santillo, uno degli autori del rapporto e scienziato dei Laboratori di ricerca di Greenpeace International, ha spiegato all'agenzia stampa Inter Press Service che la Divisione Onu per lo sviluppo sostenibile ha elaborato un piano d'azione per eliminare le pratiche di pesca distruttive e per individuare entro il 2012 una rete di riserve marine che sia protetta dalla legge internazionale. Attualmente negli accordi internazionali non c'è un meccanismo che permetta di creare una rete simile in acque al di là della giurisdizione nazionale. «La comunità internazionale deve mostrare una chiara volontà politica perché fino a oggi ben poco è stato fatto. Ma gli oceani non si possono salvare da soli» è la conclusione. Una bella responsabilità.
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