mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
27.09.2007
-
| di Andrea Rocco
Trame in gioco, la rivincita della lana
Le pecore italiane, di lana non ne fanno più. Da decenni. O meglio, le pecore vengono allevate per la carne e per il latte e il mercato non chiede più quelle lane che per secoli hanno dato da vestire a contadini e cittadini italiani, rivolgendosi o alle lane più pregiate o alle fibre sintetiche sostitutive ed economiche. Se venduta, la lana delle pecore italiane spunta prezzi ridicoli per l'allevatore, da 25 a un massimo di 50 centesimi al chilo. Non sufficienti per pagare le spese di imballaggio e trasporto fino ai luoghi di acquisto. Così la lana italiana è diventata un prodotto di scarto, anzi, tecnicamente è un «rifiuto speciale», dal momento che le pecore devono comunque essere tosate due volte all'anno, centinaia di quintali di lana tosata, ma non vendibile, devono essere smaltiti in teoria seguendo particolari procedure e pagando 4 euro al quintale. In realtà, spesso la lana viene bruciata, o seppellita oppure semplicemente abbandonata nei campi, con gravi danni per l'ambiente. Insomma, la lana proprio non la vuole nessuno. Rispetto a questa situazione qualcuno ha iniziato a reagire. C'è chi sta pensando a utilizzarla, come materiale per coibentazione in edilizia, come già si fa in Francia: i materiali isolanti che contengono fibre naturali come la lana possono infatti ridurre i consumi energetici fino al 10 per cento. Poi ci sono piccole imprese pionieristiche come quelle di Eva Basile (www.evabasile.it) o di Ruth Baumer (www.ruthbaumer.com) che aiutano a riscoprire il feltro, tessuto di uso antico, che si può produrre con lane di minor pregio.
Al recente Cheese di Bra, organizzato da Slow Food, è stato presentato un nuovo progetto di recupero delle lane autoctone per iniziativa dell'Agenzia Lane d'Italia e del Centro Arti Applicate Kandinskij di Biella, con l'appoggio della Fondazione per la Biodiversità di Slow Food. È un progetto integrato che parte dalla collaborazione con alcuni presidi di Slow Food (quelli delle pecore sambucane e di Alpago) e che di ogni lana valorizza particolarità e caratteristiche con l'intervento di designer affermati. L'idea è quella di lanciare prodotti «belli e puliti» (come è nella filosofia «slow») che reintroducano anche il piacere per tessuti ruvidi e che recuperino disegni della tradizione contadina. Un'idea è quella dell'iniziativa «Trame in gioco» che riproduce nei tessuti vecchi disegni di pastori e coltivatori, utilizzati un tempo per giochi «di società». «Quando presentiamo i nostri prodotti in giro - ci dice Patrizia Maggia, del Centro Kandinskij, presente a Cheese - la gente si avvicina, tocca curiosa e ci dice quanto sia bella la ruvidezza della lana».
Ma al centro di tutto il progetto c'è un passo ancora più ambizioso: l'acquisto di una macchina speciale di produzione canadese (al momento ne esiste solo una operante in Europa) che può lavorare piccole quantità di lana, anche 30 chili invece dei 500 per volta che sono il minimo richiesto dalle attrezzature in uso presso le industrie laniere. In questo modo piccolissimi allevatori (una pecora produce due o tre chili di lana) potrebbero conferire la lana, con il vantaggio ulteriore di una tracciabilità totale. La macchina, una volta acquistata sarà messa in attività nel comune di Camandona, in provincia di Biella, un territorio montano minacciato dallo spopolamento e dovrebbe funzionare da volano per un recupero di attività e per uno sviluppo equilibrato del territorio. «Ma non basta - dice ancora Patrizia Maggia - si è perso anche il know-how della tosatura, che non è attività semplice. Sarà necessario insegnare nuovamente agli allevatori come tosare, evitando di usare la lana di collo e gambe di cattiva qualità. Stiamo pensando a utilizzare tosatori neozelandesi che sono dei veri maestri di tecnica della tosatura». Con la presenza a Cheese il progetto ha fatto passi avanti e si sono fatti avanti allevatori di tutta Italia, dalla Garfagnana alla Sicilia, per valutare come partecipare.
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