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TERRA TERRA
21.11.2007
  • | di Marinella Correggia
    Indios brasiliani fra repressione e lotta
    «Circa 50 indigeni, in gran parte giovani e donne, il 15 novembre hanno invaso la fazenda Madama nel municipio di Coronel Sapucaia. Ben armati, hanno abbattuto e rubato molti animali e terrorizzato i funzionari della fazenda e i vicini. E il sospetto fra i produttori rurali è che dietro invasioni come queste ci sia il Cimi, Conselho indigenista Missionário». Questo scriveva il giornale brasiliano Gazeta News il 17 novembre scorso, riferendosi a un'azione dei Kaiowá Guarani, nel Mato Grosso do Sul. E ieri, il Cimi, tramite l'agenzia stampa Adital, ha definito la versione del giornale «infondata, calunniosa e pericolosa», e anche «razzista nei confronti degli indigeni, evidentemente ritenuti incapaci di agire autonomamente».
    La versione della «invasione violenta» è quella fornita da proprietari terrieri, guardie, polizia, presidente del sindacato dei possidenti rurali, insomma, dice il Cimi, «i detentori del potere, del latifondo e dell'agribusiness». In realtà chi ha invaso chi? Gli indigeni hanno reagito a una continua invasione del loro territorio, che li ha costretti a confinarsi in aree ridotte e sovrappopolate, «un quadro dantesco, una scena di guerra di Picasso». Il pericolo di simili notizie è «che aumenti il livello di violenza: non da parte degli indigeni in questione, ma contro di loro, già minati da omicidi, suicidi, morti per fame e denutrizione». Per fortuna anche Amnesty International ha in corso una campagna per fermare la violenza contro i Kaiowá Guarani di quell'area.
    Questo episodio recente conferma l'emergenza in cui continuano a vivere le popolazioni indie brasiliane. Pochi giorni prima dei fatti di Coronel Sapucaia, il consiglio nazionale del Cimi è stato molto duro: «Constatiamo con preoccupazione che il contesto politico-socio-economico brasiliano continua a essere fortemente antindigeno». Il Programma di accelerazione della crescita (Pac), linea guida del secondo mandato Lula, comprende diverse opere infrastrutturali, in particolare idroelettriche e stradali, che toccano o toccheranno 201 territori di comunità indigene mettendole a repentaglio; 21 di queste comunità vivono in situazione di isolamento e non hanno finora avuto contatti con la società nazionale. E mentre nel Congresso nazionale persistono iniziative di parlamentari antindigenisti, ad esempio con proposte di legge che mirano a estendere le concessioni minerarie, anche gli incentivi alla produzione di agrocombustibili - soprattutto l'etanolo - incoraggiano la corsa all'acquisto di terre e ostacolano le residue possibilità di demarcazione dei territori indigeni. Le violenze non si contano: in pochi mesi sono stati assassinati cinquantotto leader indigeni, trentasei dei quali nel Mato Grosso do Sul. Le case degli indios sono attaccate da bande armate prezzolate dagli industriali del legname. La salute delle comunità continua a peggiorare: aumentano epatite, malaria, turbercolosi.
    Ma, dice poi il Cimi, attingiamo speranza dalle lotte degli indios, i quali hanno intensificato le mobilitazioni e sono riusciti a riprendersi territori tradizionali in molte regioni del Brasile, anche nel Nord Est. L'alleanza con altri attori rurali e soprattutto con Via Campesina - il sindacato internazionale dei piccoli agricoltori, al quale aderisce il Movimento Sem Terra brasiliano - ha permesso un'importante vittoria contro l'invasione delle terre indigene Tupinikim e Guarani (nello stato dello Espírito Santo), da parte della multinazionale Aracruz Celulose che coltiva eucalipti per farne carta. Di fronte questo rinnovato protagonismo indio anche la Funai, discussa Fondazione nazionale dell'indio, è costretta a discutere della realtà fondiaria e ad accennare alla necessità di costituire nuovi gruppi di lavoro per l'identificazione e la demarcazione delle terre indigene. Infine, il Cimi registra i successi indigeni nella partecipazione alla definizione e applicazione delle politiche pubbliche soprattutto nel campo della salute e dell'istruzione.
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