mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
24.11.2007
-
| di MarinellaCorreggia
Un manifesto dei contadini europei
«Il ritorno dei contadini di Silvia Pérez-Vitoria (Jaca Book, 2007) restituisce la parola a una categoria sociale e produttiva che rappresenta tuttora la metà dell'umanità e che ha saputo preservare, in tutto il mondo, valori di solidarietà e di equilibrio ecologico nonostante le devastazioni sociali e ambientali provocate dall'industrializzazione dell'agricoltura. In prima linea di fronte ai grandi problemi che attraversano il pianeta - disoccupazione, ambiente, salute - i contadini avanzano proposte e creano alternative. Insomma il ritorno dei contadini sarebbe una vera a propria fortuna per le nostre società.
Ma - storicamente trascurati perfino nella maggior parte delle rivoluzioni - ce la faranno mai i lavoratori della terra a occupare il giusto posto, quello centrale, degno delle nutrici, nelle politiche e nel sistema di valori? Il sindacato agricolo continentale Coordination paysanne Européenne (www.cpefarmers.org) aderente a Via Campesina ci prova da tempo e il 26 novembre i suoi aderenti di venti paesi si recheranno in massa a Bruxelles, in concomitanza con la riunione dei ministri dell'Agricoltura.
Per la Cpe, l'attuale Pac (Politica agricola comune) è il risultato cumulativo di un cattivo punto di partenza, la Pac ante1992, riformata male nel 1992, 1999, 2003 in funzione di criteri dell'Omc. Una politica che fa abbastanza velocemente sparire i contadini europei, e intanto li trasforma in assistiti, il che non riesce a mantenerli dignitosamente in vita: ogni giorno spariscono migliaia di piccole e piccolissime aziende. Questa stessa Pac ha molte altre pecche, da sempre sottolineate dalla Cpe: non è legittima sul piano internazionale (con sussidi e sovvenzioni pratica una concorrenza sleale - dumping - rispetto alle agricolture agli agricoltori anche dei paesi poveri), rovina l'ambiente, la salute e la qualità dei prodotti.
È il momento di agire: nel 2008 la Pac sarà riformata, e così nel 2013. La sicurezza alimentare, la salute pubblica, l'occupazione rurale, la crisi energetica e il riscaldamento climatico richiedono una nuova agricoltura e chi manifesterà a Bruxelles ha le idee chiare su come dovrebbe essere. Riassumiamo qui alcuni punti del «manifesto». Le nostre priorità per una politica agricola legittima, durevole e solidale (tradotto e diffuso in Italia dall'Ari, associazione rurale italiana): «Abbiamo bisogno di una politica agricola europea definita dagli europei e non dall'OMC. Sì ad un cambiamento di PAC, no alla sua soppressione. Priorità all'impiego agricolo e rurale. L'accesso alla terra, all'acqua, alle sementi, al credito deve diventare un diritto. Occorre favorire l'insediamento di giovani. I contadini e le contadine devono vivere anzitutto con la vendita dei loro prodotti; per arrivare a questo la produzione deve essere governata per evitare eccedenze o penurie, e ogni forma di dumping all'export e all'import deve essere proibita. Per mantenere un mondo rurale vivo in ogni regione, l'agricoltura contadina deve mantenersi e svilupparsi: un sostegno europeo è necessario, in particolare per le piccole aziende e le regioni sfavorite; il processo di concentrazione della produzione agricola deve essere interrotto e la produzione agricola meglio ripartita fra le regioni e le aziende; i servizi pubblici devono essere mantenuti e migliorati su tutto il territorio. I modelli di produzione che rovinano l'ambiente, consumano troppa energia, degradano la qualità e la sicurezza dei prodotti devono essere cambiati.
L'utilizzazione delle terre agricole deve essere consacrata prioritariamente alla produzione alimentare (la Cpe è contro gli agrocarburanti e gli allevamenti intensivi, ndr). Ogm e brevettazione del vivente devono essere proibiti. Le filiere corte di commercializzazione devono essere favorite nei confronti dei trasporti a lunga distanza ed ai mercati internazionali. I lavoratori agricoli immigranti devono godere degli stessi diritti dei loro omologhi europei. Abbiamo bisogno di regole di commercio internazionale senza dumping».
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