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TERRA TERRA
28.12.2007
  • | di marina zenobio
    In Guatemala c'è «cafè» e caffè
    Fino a qualche tempo fa non avevano la benché minima idea di come si commercializzasse il caffè né chi lo comprasse all'estero. Seminare e raccogliere, si limitavano a fare questo i piccoli produttori di caffè di Huehuetenango, dipartimento nordoccidentale del Guatemala. Finché non è arrivato «Café y Caffè», un programma di sviluppo appoggiato dal nostro Ministero degli affari esteri (Mae) e dal Fondo comune per i prodotti basici (Cfc, Common fund for commodities), con un finanziamento complessivo di circa 2 milioni di dollari. Controparte guatemalteca del progetto - il cui obiettivo è di migliorare la qualità del prodotto per aumentare le entrare dei piccoli agricoltori - è l'Associazione nazionale del caffè (Anacafé), mentre la supervisione è stata affidata all'Organizzazione internazionale del caffè che riunisce tra i suoi membri paesi che producono e paesi che invece si limitano a consumare l'eccitante e antica bevanda.
    Sono 170 i piccoli produttori guatemaltechi, raccolti in cooperative, che beneficeranno del progetto messo in marcia lo scorso settembre e che dovrebbe ridurre le spese di intermediazione che succhiano buona parte dei guadagni. Ma oltre al Guatemala, secondo il programma, entro due anni «Cafè y Caffè» dovrà aver favorito complessivamente 2000 piccoli cafetaleros di Costa Rica, Salvador, Honduras, Nicaragua e Repubblica Domenicana, riducendo la loro vulnerabilità socioeconomica e culturale, aumentando la sostenibilità delle coltivazioni e promuovendo il turismo rurale nelle aree di produzione del caffè. Per Massimo Battaglia, redattore del progetto e responsabile dell'Istituto agronomico per l'Oltremare di Firenze (branca tecnico-scientifica del Mae) -, il caffè deve essere l'asse dello sviluppo di questi paesi. È per questo che il suo studio di fattibilità ha riguardato sei passaggi della produzione di caffè, partendo dall'organizzazione di catene produttive, di processi di produzione, al controllo della qualità, alle tecniche di manipolazione e tostatura del caffè. Per ora ne usufruiscono le cooperative di Huehuetenango, dove già sono stati realizzati corsi di formazione su semina, raccolta e tostatura del caffè, nel rispetto però dei sistemi di produzione tradizionali e di riciclaggio dei sottoprodotti da trasformare in altre fonti di reddito. Anche Slow Food Italia, che dal 2003 offre assistenza ai piccoli cafetaleros di Huehuetenango, guarda con soddisfazione al progetto; buona parte delle piantagioni vengono coltivate manualmente, all'ombra, a una altura tra i 1500 e i 200 metri, il caffè viene esportato in Italia per essere distribuito a bar, supermercati, ristoranti dagli importatori Pausa Café - cooperativa sociale con sede presso il carcere «Lorusso e Cutugno» di Torino- ; Mokafe - piccola azienda a conduzione familiare di Alba (Cn), licenziataria del marchio Transfair Italia - e Eataly - unione di piccole aziende che sono riuscite a rendere appetibili anche i prezzi dei cosiddetti prodotti di nicchia, semplicemente riducendo all'osso la catena di distribuzione. Se non dal produttore al consumatore almeno dal produttore al distributore finale, è un passo avanti notevole affinché il piccolo possa avere una parte importante nella filiera di produzione del caffè e ricevere i giusti benefici economici, sociali, commerciali e ambientali.
    Dal raccolto 2006-2007 sono stati esportati in Italia 1500 quintali di caffè Baluarte degli Altipiani di Huehuetenango, coltivato in forma ecosostenibile perché il progetto insegna agli agricoltori ad utilizzare i fertilizzati giusti, a tenere puliti gli appezzamenti - su ognuno dei quali esiste un controllo di qualità -, e a riciclare i sottoprodotti. Un interessante progetto, «Cafè y Caffè», su cui la cooperazione internazionale del Mae ha investito un milione e mezzo di dollari, che mette in primo piano - prima del prodotto - le persone, i territori e l'ambiente dove vivono.
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