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TERRA TERRA
02.01.2008
  • | di Marina Forti
    India, gli sfollati dello sviluppo sono in rivolta
    «Oltre 75mila persone, tribali armati con archi e frecce, sono scesi nelle strade nella regione mineraria del Chhattisgarh per protestare contro i progetti di sviluppo industriale nella regione», riferiva un breve lancio dell'agenzia reuter il 5 di novembre. Il Chhattisgarh è uno stato dell'India settentrionale, in quella grande fascia chiamata «mineral belt» perché il suo sottosuolo abbonda di risorse minerarie, che alimentano grandi progetti di investimento in miniere, acciaierie e altre industrie. Si tratta di ampie zone remote e forestali, abitate da popolazioni rurali assai povere, spesso appartenenti alle minoranze «tribali», cioè indigene, i primi abitanti dell'India: non a caso è anche chiamata la «tribal belt».
    Quella di cui riferiva l'agenzia britannica è stata la più grande manifestazione di protesta degli ultimi tempi, ma non certo l'unica. In quella zona sono all'ordine del giorno diversi progetti di investimento in miniere di ferro e acciaierie, e sono interessate sia Tata Steel, sia Essar Steel, due grandi gruppi indiani. «Gli indigeni tribali ... saranno espulsi dalle loro terre native se ciechi piani di industrializzazione e altri progetti del governo statale saranno realizzati», diceva quel giorno il leader Manish Kunjam rivolgendosi ai manifestanti a Jagdalpur, cittadina a parecchie ore di strada da Raipur, la capitale del Chhattisgarh. E' proprio questo il punto: per quanto remote, quelle zone di colline e foreste non sono affatto disabitate. Ma l'arrivo di grandi miniere, acciaierie e industrie significa che la popolazione locale deve fare fagotto, perdere case e campi e tutto ciò di cui sopravvive.
    Il caso del Chhattisgarh non è isolato. Il governo indiano ha in progetto numerose «zone economiche speciali», enclaves per lo più esentasse per chi vi investe, con l'idea di promuovere l'industria manifatturiera e l'export e attirare grandi investimenti privati, nazionali e stranieri. Spesso però i progetti di sviluppo industriali si sono scontrati con il problema della land acquisition, l'acquisizione delle terre su cui costruire fabbriche, o dove aprire miniere - ovvero, il problema delle popolazioni a cui quelle terre sono tolte. Non solo in zone minerarie del resto: hanno fatto decine di morti i conflitti di Singur (fabbrica d'auto Tata in associazione con Fiat) e di Nandigram (un polo chimico, che poi si farà altrove), entrambi in Bengala occidentale.
    Secondo uno studio recentissimo, oltre 1,4 milioni di indiani hanno perso la propria terra in solo quattro degli stati indiani nell'ultimo decennio - e per la gran parte non si sentono compensati per ciò che hanno perso. E' il dato raccolto da ActionAid India, che ha diffuso il suo studio due settimane fa a New Delhi. Gran parte di questi sfollati sono tra le persone più povere del paese, benché vivano in zone ricche di minerali e altre risorse. Ma è una ricchezza che non li sfiora neppure, ha fatto notare un'attivista d'eccesione di ActionAid nel presentare i risultati della ricerca: «Se sarò sfollato dalla terra dove sono nato in nome del progresso, ho tutto il diritto di chiedere di essere tra i primi a beneficiare di quel progresso», ha detto Shabana Azmi, attrice molto nota in India per la sua bravura e per il suo impegno.
    Nella loro indagine, i ricercatori di Action Aid hanno studiato i documenti di land acquisition e interrogato sfollati in Jharkhand, Orissa, Chhattisgarh e Andra Pradesh (la «mineral belt»). Hanno trovato che per la gran parte appartengono a comunità tribali; nove su 10 dicono di non aver avuto compensi adeguati, molti dicono di aver accettato di andarsene solo per le pressioni e minacce degli uomini mandati dai developers, gli investitori. In ottobre il governo ha annunciato una nuova politica di compenmsi e aiuti alla riabilitazione degli sfollati per progetti industriali, che dovranno avere terra in cambio di quella requisita, lavoro, training professionale. Se ci saranno effetti si vedrà. Intanto la corsa a sfruttare miniere, fiumi e industrie lascia una scia di risentimenti e proteste.
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