mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
24.01.2008
-
| di Marinella Correggia
Sottonutrizione materno-infantile: che fare?
La rivista medica Lancet sta realizzando le Series on maternal and child undernutrition, una serie di approfondimenti - curati da un team internazionale di esperti - sulla sottonutrizione, «un aspetto disperatamente trascurato riguardo alla salute materno-neonatale e infantile». In effetti, quando si parla di azioni specifiche per aumentare le chance di sopravvivenza delle madri e dei bambini, si fa riferimento a interventi come la terapia di reidratazione orale, le vaccinazioni, il trattamento di infezioni ed emorragie, e negli ultimi anni di sistemi sanitari e come finanziarli.
Eppure gli studi e le politiche in materia di salute pubblica non si sono preoccupati di studiare l'importanza della sottonutrizione materno-infantile come fattore di rischio, con effetti a lungo termine sullo sviluppo e sulla salute, né hanno cercato di identificare le azioni più adatte a ridurre la malnutrizione, né hanno chiamato all'azione a livello nazionale e internazionale. L'approfondimento di Lancet intende «contribuire a colmare questo gap presente nelle strategie di salute pubblica».
Secondo le Series, almeno 3,5 milioni di decessi infantili, un terzo del totale, sono provocati dalla malnutrizione severa e acuta, compresi gli stenti alimentari subiti durante la vita intrauterina. C'è un intervallo cruciale per l'azione: dall'inizio della gravidanza ai due anni di età. Dopo i due anni, la sottonutrizione avrà già provocato danni irreversibili allo sviluppo.
La geografia è precisa: i quattro quinti dei bambini sottonutriti sono concentrati in 20 paesi di quattro regioni, Africa, Asia, Pacifico occidentale, Medio Oriente. Se si considerano i livelli elevati di mortalità entro i cinque anni di età, i paesi che richiederebbero gli interventi più urgenti sono: Afghanistan, Repubblica Democratica del Congo, Nigeria, Etiopia, Uganda, Tanzania, Madagascar, Kenya, Yemen e Myanmar. Se invece si considera la quantità di popolazione coinvolta nel problema anziché i tassi di mortalità, l'ordine è diverso: India, Indonesia, Pakistan, Bangladesh, Vietnam, Filippine, Egitto, Sudafrica, Sudan, Nepal.
La sottonutrizione e le carenze in micronutrienti, ovviamente, si possono prevenire. La promozione dell'allattamento al seno, le integrazioni di vitamina A e di zinco sono importanti quanti la nutrizione materna con una dieta adeguata durante la gravidanza e complementi a base di ferro, acido folico, eventualmente calcio e altri. Ma alla fine, gli investimenti nel lungo periodo a favore delle donne - attraverso il loro empowerment educativo, sociale, economico e politico - saranno la strada più importante da percorrere per migliorare in generale il benessere materno-infantile. Occorrono piani nazionali di intervento, sistemi di monitoraggio, leggi e politiche. E nessuna di queste soluzioni può essere separata dai trattati e negoziati globali in materia di commercio, agricoltura e riduzione della povertà. Ma ora ben poco funziona: assente la leadership, pochissime le risorse, fragili le capacità, frammentari perfino i sistemi di risposta alle emergenze: «Occorrono con urgenza anche dei leader politici che colgano l'opportunità per guidare un processo nuovo».
Una critica a Lancet è venuta dall'organizzazione Médecins sans frontières (Msf) che trova alcune raccomandazioni «obsolete». La rivista non solo sottostimerebbe i decessi attribuibili alla malnutrizione severa e acuta non comprendendo le morti causate dall'idropsia nutrizionale; ma anche e soprattutto ignorerebbe il nuovo approccio, promosso non solo da Msf ma anche da Unicef, Oms e Pam, alla malnutrizione severa e acuta, basato sulle cure domiciliari e comunitarie - anziché sui ricoveri - con gli alimenti terapeutici pronti all'uso, detti Rutf, ai quali per ora solo il 3 per cento dei bambini malnutriti ha accesso perché il loro costo unitario è tuttora elevato. Questo alimento (terra terra dell'11 ottobre 2007) è a base di arachidi e ricco di integratori ed è stato adottato anche dai ministeri della Salute di Etiopia, Malawi e Niger.
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