mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
28.02.2008
-
| di Marina Forti
terraterra
Nasce nell'Artico l'arca di Noè dei semi
C'era il primo ministro norvegese jens Stoltenberg, c'era la kenyota Wangari Maathai premio Nobel per la pace, e c'erano un po' di personalità, dal direttore della Fao Jacques Diouf a esperti di agricoltura e giornalisti di tutto il mondo. Tutti riuniti in mezzo ai ghiacci dell'Artico, nell'arcipelago delle Svalbard in Norvegia, davanti a una costruzione di cemento armato che sembra l'ingresso di un bunker e infatto lo è: martedì, tra sorrisi e flash dei fotografi, hanno inaugurato il Svalbard Global Seed Vault, o «Deposito sotterraneo globale dei semi». Il premier e la Nobel hanno portato dentro la prima scatola di sementi. Perché di questo si tratta: una «banca dei semi», un deposito che conterrà semi di 100 milioni di specie vegetali di uso alimentare, raccolti in un centinaio di paesi. La prima scatola introdotta nella nuova banca includeva semi di varietà uniche di mais, riso, grano e sorgo provenienti da Asia e Africa, e poi varietà europee e sudamericane di melanzane, lattughe, orzo e patate.
Una banca dei semi è sempre una cosa utile, e durante la cerimonia inaugurale lo hanno sottolineato i due «padrini»: «Con il cambiamento del clima e altre forze che minacciano la diversità della vita sul nostro pianeta, la Norvegia è orgogliosa di ospitare una struttura capace di proteggere qualcosa che non sono solo i semi, ma la base essenziale della civiltà umana», ha detto il premier Stoltenberg. Mentre Maathai, fondatrice del Green Belt Movement africano - un movimento partito dalla semplice attività di piantare alberi per poi diventare un movimento insieme ambientalista e per la giustizia sociale, ha sottolineato «l'interesse pubblico di una banca di semi». Bei discorsi, tenuti a 130 metri all'interno della montagna ghiacciata: il Global Seed Vault è un frigorifero naturale. Ieri erano già arrivate 676 scatole contenenti 10 tonnellate di semi di 268,000 diverse varietà vegetali. Impresa imponente, e ovviamente costosa. Il Global Seed Vault appartiene al governo della Norvegia, che ne ha finanziato la costruzione con circa 9,5 milioni di dollari; poi si tratta di raccogliere i campioni di semi, impacchettarli, schedarli e spedirli nella nuova banca, e questa parte del progetto è affidato a una fondazione chiamata Global Crop Diversity Trust, che ha raccolto contributi di diversi paesi e agenzie internazionali (e un importante finanziamento della Bill e Melinda Gates Foundation). La stampa internazionale l'ha soprannominato il «Doomsday vault», il deposito del «giudizio universale»: l'idea è che se l'umanità dovesse far fronte a un disastro, un'alluvione universale, un inverno nucleare, in quel deposito troverebbe tutti i semi adatti a ogni regione, clima, terreno, per ricominciare da capo la produzione agricola.
Si potrebbe obbietare che l'umanità rischia, prima ancora della «catastrofe finale», la progressiva perdita di diversità biologica dovuta in parte alla crescente uniformità delle varietà coltivate, in parte agli effetti della desertificazione e della siccità in alcune regioni o delle alluvioni sempre più frequenti in altre. Si può anche obiettare che sparse nel mondo esistono già circa 1.400 banche di semi (lo citava ieri il New York Times), piccole e grandi, più o meno specializzate. Si può obiettare, ancora, che l'utilità delle banche dei semi è un valore di scambio immediato, tra ricercatori e agronomi o tra agricoltori. Grain, una rete internazionale di ambientalisti e ricercatori (grain.org) per la conservazione della biodiversità, insiste che il punto è rafforzare l'agricoltura e l'uso di varietà locali. Grain guarda con sospetto la «cassaforte globale dei semi», teme che finirà per espropriare ulteriormente le comunità agricole: la biodiversità si difende con una «gestione sostenibile dell'agricoltura, basata sul controllo popolare sulle risorse genetiche e sui saperi popolari», diceva in un comunicato. Non solo: il bunker nell'artico «può dare un falso senso di sicurezza in un mondo dove la diversità genetica presente nei campi continua a essere erosa e distrutta a tasso sempre più veloce».
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