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TERRA TERRA
29.03.2008
  • | di Paola Desai
    Cisgiordania, la crisi della monnezza
    La gestione della monnezza è un aspetto poco pubblicizzato della vita quotidiana nei territori palestinesi di Cisgiordania. Eppure è una vera crisi e un aspetto che più preoccupa i gruppi (palestinesi e israeliani) ambientalisti è il moltiplicarsi di discariche di rifiuti tossici, che contaminano le falde acquifere della regione.
    Ne rende conto un servizio della tv araba al Jazeera che cita il caso di Jima'in, un villaggio nel distretto di Nablus: qualche settimana fa gli abitanti si sono lamentati che camion israeliani andavano a scaricare rifiuti tossici sul loro territorio. Non è un caso isolato, commenta Ayman Abu Thaher, vicedirettore del «direttorato alla coscienza ambientale» dell'Autorità Nazionale Palestinese: da anni «gli israeliani usano la Cisgiordania come alternativa facile per scaricare i loro rifiuti, a spese della salute dei palestinesi». Il funzionario dell'Anp sostiene che molte aziende israeliane preferiscono questa soluzione-pirata piuttosto che portare i loro scarichi tossico-nocivi nella discarica apposita, nel sito di Ramot Havav, Israele meridionale, dove vengono trattati. Spiega anche che nel 1985 una ditta produttrice di pesticidi per l'agricoltura ha chiuso il suo stabilimento a Kfar Sava, in territorio israeliano, per ingiunzione del tribunale che aveva accolto le petizioni degli abitanti locali contro l'inquinamento: l'ha però spostato a Tulkarem, nella Cisgiordania settentrionale. Anche questo, accusa Abu Thaher, non è un caso isolato: «Un certo numero di aziende israeliane si sono spostate in Cisgiordania per sfuggire alle strette normative che in Israele governano lo smaltimento degli scarichi, in particolare tossici», accusa.
    Un paio d'anni fa un rapporto da Friends of the Earth Medio Oriente (organizzazione ambientalista israelo-palestino-giordana) segnalava che lo scarico improprio di rifiuti tossici è diventato una minaccia per l'acqua potabile nella regione («A seeping Time Bomb. Pollution of the Mountain Acquifer by Solid Waste», FoEme 2006). Le sostanze tossiche infatti si infiltrano nei terreni, lasciando percolare sostanze come cloro, arsenico e metalli pesanti come cadmio, mercurio e piombo nelle falde acquifere. Il bacino che alimenta quelle falde è parte in Cisgiordania, parte in Israele, e «serve» una popolazione di oltre 3 milioni di persone (2,3 milioni di palestinesi, 235mila «coloni» israeliani in territorio palestinese e mezzo milione di israeliani entro i confini internazionalmente riconosciuti di Israele). Dalla pubblicazione di quel rapporto qualcosa è cambiato: il governo tedesco ha costruito un impianto per il trattamento di rifiuti solidi vicino a Ramallah e la Banca Mondiale, con l'Unione europea, ha completato un'altra discarica vicino a Jenin. Ma resta il pericolo di contaminazione delle falde acquifere, sostengono gli Amici della terra israelo-palestino-giordani.
    Un portavoce del ministero israeliano per l'ambiente, Tzali Greenberg, interpellato da al Jazeera, dice che Israele applica le sue normative ambientali anche alle aziende che operano in territori palestinesi, e chi viola le regole viene perseguito: «Segnalateci le irregolarità, saremo felici di intervenire». Un istituto indipendente di ricerca ambientale (Applied Research Institute) di Gerusalemme sostiene invece che le autorità israeliane sono piuttosto tolleranti , quando si tratta di territorio palestinese. Dicono che gli scarichi provenienti dagli insediamenti israeliani in territorio palestinese includono sia reflui domestici, sia sostanze tossiche agricole, amianto, batterie, cemento, alluminio.
    Tutto questo non fa che aggravare la gestione della monnezza prodotta in proprio dalla popolazione palestinese, scarichi solidi e liquidi che restano in discariche improvvisate anche per le restrizioni ai movimenti imposte dall'esercito israeliano: secondo Friends of the Earth una delle minacce dirette alla salute degli abitanti della Cisgiordania sono i frequenti roghi di spazzatura, che riempiono l'aria di particelle carcinogene che i palestinesi respirano ogni giorno.
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