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TERRA TERRA
01.04.2008
  • | di Riccardo Scalenghe
    Le rose globali del lago Naivasha
    Non c'è rosa senza spine, ma oggi si potrebbe dire che non c'è rosa senza globalizzazione. La maggior parte delle rose che i venditori ambulanti propongono nei ristoranti delle nostre città provengono infatti dalle rive di un lago africano, dove la monocoltura dei fiori destinati all'esportazione internazionale è divenuta prevalente rispetto all'agricoltura locale.
    Il lago Naivasha è un lago di acqua dolce di origine vulcanica, grande quasi quanto il lago di Como con una superficie libera assai variabile intorno ai 150 chilometri quadrati, situato in Kenya, nella Great Rift Valley, a Nord Ovest di Nairobi. Il suo nome deriva da una espressione che in lingua Maasai significa 'acque ondulate'. Negli anni '40 era utilizzato dall'aviazione britannica per l'atterraggio sulla tratta Southampton-Sud Africa. Nel dopoguerra i suoli fertili delle rive del lago Naivasha hanno consentito alla popolazione locale di etnia Kikuyu di sviluppare un'intesa attività orticola che rappresenta oggi oltre due terzi della produzione nazionale di ortaggi e negli ultimi quindici anni si è specializzata nella floricoltura e in particolare nella produzione di rose da esportare sul mercato europeo.
    Nelle oltre trenta aziende floricole installate sulle rive, tutte private così come la proprietà delle terre, lavorano oggi con cicli stagionali oltre 30mila persone. Sono per lo più di donne, immigrate da altre regioni del Kenya, che si sommano a una popolazione stabile di circa 250mila abitanti. L'attività floricola genera un flusso economico netto di circa 65 milioni di dollari l'anno.
    Il consumo di acqua dolce, considerato che il clima è semiarido (due stagioni piovose con precipitazioni annue di poco superiore al dato di Trapani), supera i 60 milioni di metri cubi annui, in gran parte prelevati dal lago. Oggi il 70% della produzione orticola del Kenya è prodotta in quest'area, dove oltre all'acqua dolce vengono "consumati" l'80% dei suoli.
    Negli ultimi anni il bacino, che ospita 500 specie di uccelli e numerosi gruppi di ippopotami e attira ogni anno migliaia di turisti, ha dato segni di sofferenza e di degrado, resi evidenti pare anche da un cambiamento del colore dell'acqua. I due principali immissari hanno infatti diminuito la loro portata, probabilmente in conseguenza della deforestazione delle aree montuose circostanti e in generale con di una tendenza all'innalzamento delle temperature e a una diminuzione delle precipitazioni. Il minore ricambio dell'acqua del bacino ha aumentato la concentrazione di soluti, portando il lago verso il rischio (già visibile) di desertificazione per salinizzazione. La qualità delle acque è messa in pericolo anche dalla massiccia migrazione di bufali che prima vivevano nelle foreste circostanti e ora cercano rifugio sulle rive del lago; qui pascolano nelle aree incolte, nutrendosi soprattutto di papiri e sottraendo quindi all'equilibrio di questo delicato ecosistema un'importante componente, in quanto le radici del papiro insieme con il suolo agiscono come filtro delle acque.
    In Kenya convivono con estrema difficoltà diverse popolazioni. I loro modelli di società sono assai diversi: vi sono i nomadi, gli allevatori semi-nomadi, gli agricoltori delle regioni centrali e non è semplice prevedere un'integrazione in un unico percorso di sviluppo passabilmente sostenibile. Il futuro del lago Naivasha è appeso all'evoluzione di una situazione che rappresenta un paradigma della globalizzazione: una vocazione agricola locale è stata sfruttata per alimentare un flusso di esportazione globale, con notevoli ritorni economici, ma con contraddizioni sull'ecosistema scaricate per intero sul contesto regionale.
    Difficile dire quando le acque ondulate potranno recuperare il loro colore naturale. E intanto noi europei acquistiamo distrattamente al ristorante le rose globali del lago Naivasha, offerte da un venditore dello Sri Lanka, inconsapevoli della loro provenienza...
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