domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
09.04.2008
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| di marina forti
Cacciare i nativi per difendere il clima?
I popoli indigeni, dall'Artico alle isole del Pacifico meridionale, «sono quelli che hanno contribuito meno alle emissioni di gas di serra e hanno la traccia ecologica più leggera sulla terra: ma soffrono le conseguenze peggiori del cambiamento del clima e anche delle misure intese a rallentarlo» leggiamo su uno studio diffuso la scorsa settimana dall'università delle Nazioni unite. E poi: soluzioni su larga scala come «la produzione di biocarburanti, l'espansione di energie rinnovabili e altre misure di mitigation stanno costringendo in molti casi le comunità indigene a sfollare».
Ecco un punto di vista su cui bisognerà riflettere. Mitigation è diventata una parola chiave, nelle conferenze mondiali sul cambiamento del clima. Le «strategie per mitigare» il riscaldamento globale sono il centro di ogni nuova tornata di negoziati internazionali, di ogni simposio e di ormai innumerevoli documento di impegni: significa, in breve, strategie per ridurre le emissioni di gas di serra e aumentare i «pozzi di assorbimento» dei medesimi gas. È una parola vaga, in effetti: può alludere alla ricerca di fonti energetiche alternative ai combustibili fossili, agli investimenti per ampliare le foreste (la vegetazione assorbe anidride carbonica, uno dei principali gas di serra) e anche alle piantagioni di oleose o canna da zucchero per produrre agrocarburanti. (L'altra parola chiave di questo meta-linguaggio sul clima è adaptation: misure per adattare i sistemi ecologici, sociali ed economici ai cambiamenti già innescati). Quale sia il merito e il bilancio di queste misure è oggetto di discussione: sugli agrocarburanti, ad esempio, si accumulano ormai i dubbi, non ultimo perché la corsa a trasformare mais e soja in diesel ha contribuito all'impennata globale dei prezzi alimentari.
Il documento Impatto delle misure per mitigare il cambialento del clima sui popoli indigeni e sui loro territori è stato diffuso durante una conferenza sullo stesso tema la settimana scorsa a Darwin, in Australia. È firmato da Victoria Tauli-Corpuz, presidente del Forum permanente dell'Onu sulle questioni indigene (lei è un'attivista di lunga data e rappresenta la comunità Igorot delle Filippine) e da Aqqaluk Lynge, presidente del Consiglio Circumpolare Inuit (le popolazioni dell'Artico). I due autori fanno notare che i circa 370 milioni di nativi del pianeta «non hanno beneficiato in modo significativo dei fondi per la adaptation e mitigation, o dei progetti di commercio delle emissioni», in cui pure cominciano a circolare i soldi. Seguono parecchi esempi. Milioni di persone in Malaysia o Indonesia e altre 500mila nelle Filippine, si vedono espropriare le terre «ancestrali» e cacciare dalle foreste per far posto a sempre più ampie piantagioni di palma da olio, soja o canna da zucchero, che si espandono per produrre agrocarburanti. Il documento cita poi il caso dell'Uganda: grazie a un accordo tra una Fondazione «per l'assorbimento delle emissioni di anidride carbonica» olandese la Uganda Wildlife Authority, nel 1994 la fondazione olandese ha avuto una concessione per piantare alberi su 25mila ettari inclusi nel parco nazionale del Monte Elgon: si trattava di eucalipty, e le emissioni assorbite dalla nuova piantagione avrebbero compensato quelle emesse dell'ente elerrioco olandese. Il punto è che la popolazione indigena (i Benet) che viveva nel'area diventata Parco è stata cacciata via con la forza e quando, nel 2003, hanno tentato una causa legale (che hanno vinto) la fondazione olandese con tutti i suoi clienti è caduta dalle nuvole.
Gli esempi negativi sono numerosi: anche se poi ci sono casi opposti, «buone pratiche» da copiare. Uno dei problemi è che «le misure per mitigare il cambiamento del clima sono orientate al mercato», si legge nel documento: le considerazioni fondate sui diritti umani e sulla salvaguardia degli ecosistemi «sono virtualmente ignorate». Eppure, dicono gli autori, le popolazioni native, con i loro saperi tradizionali, potrebbero contribuire utilmente a mitigare il cambiamento del clima.
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