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TERRA TERRA
30.04.2008
  • | di Marina Forti
    La battaglia dei Navajo contro l'uranio
    Le tribù Navajos portano in tribunale la Nuclear Regulatory Commission (Nrc, ente di regolamentazione nucleare) degli Stati uniti. E' la prima volta che succede, e già questo è significativo. L'oggetto del contendere sono alcune nuove miniere di uranio: le comunità native Navajos di Crownpoint e di Church Rock, nello stato del New Mexico, hanno fatto ricorso contro la Nrc per aver autorizzato l'apertura di nuove a Church Rock, nel loro territorio.
    L'azione legale è iniziata l'anno scorso e il prossimo 12 maggio ci sarà la prima udienza in tribunale, riferisce un dispaccio del notiziario ambientale Environmental News Service. A nome delle due comunità, gli avvocati del Centro per la legislazione ambientale (Environmental Law center) del New Mexico illustrerà le ragioni del ricorso a una giuria della Corte d'appello di Denver (Colorado). E' un'occasione importante, commenta Eric Jantz, il legale delegato a sostenere le ragioni dei Navajos: «Stiamo parlando della terra, acqua, aria e salute di due intere comunità. Persone che fanno pascolare le mandrie e estraggono l'acqua potabile da questa terra».
    In tribunale, oltre all'ente regolatore, ci saranno i rappresentanti dell'azienda mineraria che ha ottenuto la contestata licenza: Hydro Resources, sussidiaria della Uranium Resources di Dallas (Texas). Questa ha proposto quattro nuove miniere, a Church Rock (dove già è stato estratto parecchio uranio) e a Crownpoint, dove invece non c'è mai stata attività mineraria e l'ambiente è ancora pulito. La Nrc ha autorizzato tutti quattro i nuovi siti nel maggio 2006, nonostante - argomentano gli avvocati delle comunità native - che la Nazione Navajo avesse già da tempo decretato un bando sull'estrazione di uranio nel suo territorio.
    La Nrc sostiene che il livello di radiazioni suscitato dalle nuove operazioni sarà «una frazione» dei limiti regolamentari e le nuove miniere non comporteranno nessun danno per la salute e sicurezza pubblica. E questo perché le nuove miniere useranno la tecnica di «lavare» il minerale di uranio in situ, la tecnologia detta Isl (in situ leach): «Un'alternativa accettabile e sicura ai tradizionali metodi di estrazione dell'uranio», dicono i vertici della compagnia. In effetti la nuova tecnologia non produce scarti, al contrario dei metodi tradizionali: però contamina direttamente la falda acquifera. «Dire che il lavaggio in situ è benigno verso l'ambiente è ridicolo», contestano gli avvocati del New Mexico Environmental Law Centre: per estrarre quell'uranio saranno «intenzionalmente contaminate le falde acquifere usate per l'acqua potabile».
    La protesta è guidata dal gruppo Easter Navajo Dine Against Uranium Mining, gruppo che si batte da tempo contro le miniere di uranio. Il fatto è che il territorio riconosciuto come Nazione Navajo è situato su una formazione geologica ricca di minerali radioattivi, tra cui l'uranio. Fin dagli anni '40 centinaia di miniere di uranio sono state aperte su quei territori, con l'accordo della Navajo Nation; ne sono stati estratti tra il 1944 e l'86 quasi 4 milioni di tonnellate di uranio per l'industria della difesa e dell'energia. Alla Nazione Navajo ne sono rimasti in eredità 520 siti di miniere dismesse, quattro siti di lavorazione dell'uranio abbandonati, una discarica, falde acquifere contaminate. L'Epa, ente ambientale dello stato, ha constatato elevato rischio da radionuclidi in decine di falde da cui attinge la popolazione,e in marzo ha pubblicato un «piano d'azione» quinquennale su come bonificare le miniere abbandonate.
    E' questa disastrosa eredità che ha spinto la Nazione Navajo nel 2005 a dichiarare il bando sulle miniere di uranio - e che ora spinge le comunità di Crownpoint e di Church Rock a combattere in tribunale contro la prospettiva di nuove miniere.
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