mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
10.05.2008
-
| di Manuela Cartosio
La Cina, il formaggio e la politica del cibo
Per sfamare il 21% della popolazione mondiale la Cina può contare solo sul 9% della terra arabile. E' una superficie coltivabile povera di risorse idriche, per di più maldistribuite, che si sta restringendo a causa dell'inquinamento e con l'avanzare della desertificazione. Nello stesso tempo, il boom economico ha arricchito e diversificato la dieta di almeno 400-500 milioni di cinesi relativamente «abbienti», concentrati nella fascia costiera urbana e industrializzata del paese, mentre i contadini dell'interno sono fermi alla ciotola di riso.
Anche, o forse soprattutto, in fatto di regimi alimentari la Cina è un paese paradossale: vaste aree di sotto e malnutrizione convivono con una fetta di popolazione che mangia troppo. Secondo un rapporto dell'Asian Development Bank, nel 2002 i cinesi adulti sovrappeso erano 200 milioni, mentre altri 60 milioni erano decisamente obesi. Cifre più che raddoppiate rispetto al 1992.
La Cina, per il momento, è ancora autosufficiente per i rifornimenti di riso e di grano. Non lo è per la soia, per il mais e per i componenti dei mangimi animali. La «colpa» dei cinesi nel far schizzare in alto i prezzi dei prodotti agricoli è stata enfatizzata. E' indubbio però che la domanda alimentare di Pechino peserà sempre di più. Una pressione, scriveva ieri il Financial Times, che potrebbe spingere le aziende agroalimentari cinesi a cercare terra arabile all'estero, da comprare ( o affittare per decenni) e coltivare senza intermediari. Insomma, una sorta di colonialismo.
Un'ipotesi inquietante per i i paesi poveri dell'Africa e del Sud Est asiatico dove cresce il malcontento contro i cinesi «invasori». Sarà per questo che in un'intervista alla Reuters, Xie Guoli, alto funzionario del ministero dell'agricoltura cinese, si è affrettato se non a smentirla a ridimensionarla. E' vero, afferma, che Pechino incoraggia le aziende private ad investire all'estero. Ma per quelle agroalimentari, diversamente da quelle petrolifere e minerarie, non esiste «un piano dettagliato» del governo per sostenere questi investimenti. Siamo ancora allo stadio del «wait and see», aggiunge il funzionario, le incognite sono ancora troppe: costi d'affitto e di trasporto troppo alti, eventuali conflitti di lavoro, reazioni «nazionalistiche» contro le aziende cinesi oltremare. Per il momento, conclude, conviene continuare ad importare granaglie dal Nord America e dall'Australia.
Due società cinesi erano sul punto d' acquisire vasti terreni agricoli nelle Filippine. Lo scorso settembre le transazioni sono naufragate per le proteste delle imprese agricole locali, secondo le quali alienare la terra a vantaggio di imprese straniere viola la Costituzione e mette a rischio la sicurezza alimentare del paese. La Chongquing Seed Corporation ha investito in risaie in Nigeria e nel Laos. Ma in Laos l'esperimento è già stato chiuso. Ci sta riprovando in Tanzania, mentre la cinese Suntime International Company ha stipulato una joint venture con Cuba per coltivare 5 mila ettari a riso. Piantagioni cinesi di gomma, manioca e palma si stanno sviluppando nel Sud Est asiatico e in Siberia è stata installata una base produttiva di semi di soia.
Torniamo a tavola per sottolinare una novità epocale: nell'alimentazione dei cinesi stanno entrando il latte e suoi derivati. Non c'erano mai stati, tanto che i cinesi hanno sviluppato nei secoli un'intolleranza al lattosio. Secondo James Watson, antropologo dell'Harvard University, il consumo di latticini potrebbe essere una delle cause dell'obesità e dei malesseri alimentari dei cinesi che mangiano all'occidentale. L'equivalente del fast food per gli americani.
Quanto alla carne, il consumo annuo medio in Cina è meno della metà di quello negli Usa: 50 chili contro 122 chili. Cinesi e americani mangiano lo stesso quantitativo di carne di maiale, ma il gap resta enorme per pollo e manzo.
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