mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
14.05.2008
-
| di Manuela Cartosio
«Pensate patata, coltivatela e mangiatela»
Si è fatto molto sarcasmo sul 2008 proclamato dall'Onu «anno internazionale della patata». L'inflazione cervellotica delle dediche si presta a facili ironie e a maliziosi interrogativi su chi ha avuto la brillante idea (in questo caso, il Perù che produce un centinaio di specie diverse di patate). E invece con i prezzi dei cereali alle stelle, «l'umile tubero» - come lo definisce la Fao - si sta prendendo la rivincita.
Solo una frazione della produzione di patate finisce sui mercati internazionali. Per questo il loro prezzo risente poco o niente delle tensioni dell'offerta e della domanda globali o delle puntate finanziarie sui futures. A determinare il prezzo sono i costi locali di produzione. Basterebbe questo per capire perché la Fao raccomanda la patata come scudo protettivo dei piccoli agricoltori a basso reddito e dei consumatori dei paesi poveri. In più, è un concentrato di carboidrati, con l'aggiunta di proteine, vitamina C e potassio, che sfama. Cresce più velocemente dei cereali, ha bisogno di meno terra e di meno acqua, l'85% della pianta è buono per l'alimentazione umana (contro il 50% dei cereali). Ecco perché la patata si merita il titolo di «cibo del futuro».
Un futuro che si gioca in Asia, nei paesi del riso, dove la patata è arrivata da poco e ha preso rapidamente piede. La Cina è attualmente il primo produttore di patate. Con l'India, produce un terzo del raccolto annuo globale. Dei 315 milioni di tonnellate prodotte ogni anno, oltre la metà sono coltivate nei paesi in via di sviluppo. Ma essendo i paesi asiatici superpopolati, i consumi pro capite restano assai inferiori a quelli occidentali. In Bielorussia (record mondiale) il consumo pro capite annuo è di 338 chili, in Gran Bretagna di 114, in Bangladesh (140 milioni di abitanti) di 24 (un balzo consistente rispetto ai 7 chili a testa del 1991).
E proprio in Bangladesh, riferisce la Reuters, il governo ha lanciato una campagna a favore della patata, con tanto di festival di tre giorni nella capitale Dakka. Lo slogan della campagna suona così: «Pensate patata, coltivate patata, mangiate patata».In un anno il prezzo del riso è raddoppiato. Un chilo ora costa 40 taka (58 centesimi di euro), l'equivalente del salario di mezza giornata di lavoro. Un chilo di farina costa 44 taka (+150%). Il prezzo di un chilo di patate è rimasto fermo a 13 taka nella capitale, in campagna si vendono a meno. Si stima che un terzo della popolazione salti un pasto a causa dell'aumento del prezzo dei cereali. Cambiare le abitudini alimentari dalla sera alla mattina è impossibile, ammette il direttore del Servizio informazione dell'agricoltura del Bangladesh, il riso nonostante il prezzo alle stelle resterà l'ingrediente base della dieta. Però la popolazione si sta accorgendo che «la patata è un utile sostituto a basso costo». Inoltre, coltivando patate si risparmia su acqua e fertilizzanti. Il governo di Dakka ha ordinato all'esercito (mezzo milioni di uomini) di mangiare patate e il tubero è diventato la seconda coltura (dopo il riso) del Bangladesh.
Il raccolto di quest'anno supera gli 8 milioni di tonnellate, 3 in più rispetto all'anno scorso. Ma, scarseggiando nel paese i magazzini refrigerati in cui conservare le patate, c'è il rischio che l'incremento di produzione marcisca o si deteriori prima d'arrivare in tavola. Se «l'anno della patata» servisse a rimediare qualche magazzino sarebbe già qualcosa.
Tra gli ambiziosi obiettivi dell'anno della patata ci sarebbe pure quello di incrementare la ricerca per sconfiggere le fitopatologie mutanti che decimano i raccolti. Il settore privato non è interessato a questo tipo di ricerca a basso profitto. L'Onu dovrebbe sponsorizzare questa ricerca. Per evitare - facciamo le corna - che lo spendido futuro della patata finisca con un ritorno al passato. Alla paurosa carestia, causata da una malattia delle pateate, che alla metà dell'ottocento fece morire di fame qualche milione di irlandesi e costrinse qualche altro milione a emigrare negli Stati uniti.
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