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TERRA TERRA
10.06.2008
  • | di Patrizia Cortellessa
    Il paradosso dei Gujjar
    Sono iscritti nella lista delle comunità svantaggiate, ma vogliono essere retrocessi in quella dei gruppi più emarginati. La battaglia condotta in India dai Gujjar, comunità nomade di pastori del Rajasthan, nel nord-ovest del paese, ha qualcosa di paradossale: in un paese stratificato per caste e gruppi etnici, loro (considerati appartenenti a una casta bassa) chiedono di essere retrocessi nella categoria più bassa, quella dei tribali e dei dalit (fuori casta), per avere accesso a più posti di lavoro: il 7,5% contro il 2,7%, attualmente loro «garantiti».
    Per questo combattono ormai da tempo, e il 23 maggio hanno lanciato una serie di proteste durissime. Ieri i Gujjar hanno deciso di sospendere uno sciopero nazionale dichiarato per oggi, dopo che i loro leader hanno potuto incontratre rappresentanti del governo del Rajasthan - incontro positivo, hanno detto. Ma è un esito provvisorio. Le notizie di questi giorni parlano di almeno 27 collegamenti ferroviari soppressi e traffico nel caos a causa delle manifestazioni da loro organizzate.
    I Gujjar sono un gruppo numeroso (sei per cento dei 56 milioni di abitanti del Rajasthan). Accusano i dirigenti indiani di aver portato il paese «in un esplosivo vicolo cieco», denunciano una discriminazione secolare e il peggioramento delle condizioni di vita. La polizia ha risposto alle proteste sparando sulla folla, proprio come era avvenuto già l'anno scorso: nelle ultime due settimane si registrano ben 45 vittime, per non parlare dei feriti. Due manifestanti sono stati uccisi e sei feriti qualche giorno fa negli scontri con la polizia nel distretto di Sawai Madhopur dove la protesta aveva avuto inizio il 23 maggio: è là che circa duecento Gujjar avevano occupato i binari, cercando in questo modo di spingere il governo ad aprire con loro un tavolo di negoziati.
    Ingente la presenza dei militari nelle zone delle mobilitazioni dei Gujjar: 35mila tra soldati e poliziotti schierati, dislocati ovunque, che hanno risposto al lancio di pietre con il fuoco delle armi. Qualche giorno fa le proteste avevano raggiunto la periferia di New Delhi. Migliaia di manifestanti, gridando slogan contro il chief minister (capo del governo statale) del Rajasthan, la signora Vasundhara Raje Scindia, avevano incendiato copertoni e bloccato le strade principali della capitale indiana. E i militari avrebbero risposto con il fuoco, dopo aver usato gas lacrimogeni e proiettili di gomma.
    In India lo Stato riserva quasi metà dei posti nell'amministrazione governativa e dei colleges di stato a chi è nato in gruppi svantaggiati, ma la politica delle «reservations» ha sempre provocato infinite recriminazioni. Finora lo stato ha negato ai Gujjar la «retrocessione», promettendo invece di spendere l'equivalente di 67 milioni di dollari per migliorare scuole, posti sanitari e strade nella zona da loro abitata. I Gujjar hanno rifiutato: vogliono a tutti i costi lo status di «tribali».
    L'anno scorso, durante una precedente ondata di proteste almeno 26 persone furono uccisi e centinaia ferite negli scontri, che avevano per la verità visto tre parti in causa: manifestanti della tribù dei Gujjar da una parte e della tribù Meena dall'altra, che si sono affrontati con armi di ogni tipo, finché furono mandati i soldati a «riportare ordine», cioè sparare a vista. Anche allora i Gujjar rivendicavano le «quote tribali», mentre i Meena scendevano in piazza contro di loro perché non volevano «dividere» con un'altra tribù il privilegio di cui in Rajastan erano gli unici beneficiari. Paradossi delle «discriminazioni positive».
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