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TERRA TERRA
01.07.2008
  • | di Marina Forti
    I paradossi della Nigeria
    Il presidente della Nigeria, Umaru Yar'Adua, ha dichiarato un paio di settimane fa che l'infrastruttura energetica del suo paese è così decrepita e fragile, che presto dovrà dichiarare il paese in «stato d'emergenza». Sembra paradossale, per l'ottavo paese produttore di petrolio al mondo: la Nigeria produce 1,8 milioni di barili di greggio al giorno, che esporta per la gran parte. Ma è anche vero che la produzione potenziale sarebbe di 2,8 milioni di barili quotidiani, e il milione «mancante» resta sottoterra per una combinazione di conflitti politici e sociali nel grande delta del Niger, dove petrolio e gas arricchiscono soprattutto le compagnie petrolifere, e di ciò che arriva al governo sotto forma di royalties solo una frazione minima è redistribuita. Il paradosso più amaro è che in ogni caso i prodotti petroliferi raffinati sono troppo cari per la gran parte della popolazione nigeriana.
    Lascia stupiti però la risposta di un gruppo di esperti ambientali nigeriani: per soddisfare la domanda interna di energia e insieme salvare quel che resta delle sue foreste, la Nigeria dovrebbe tornare a estrarre carbone. Perché le miniere di carbone salverebbero le foreste? Semplice: perché oggi la maggioranza dei circa 140 milioni di nigeriani cucinano e si illuminano con legna da ardere e carbone vegetale prodotto artigianalmente dal legno, ovvero bruciano 40 milioni di tonnellate di legno all'anno (secondo la stima fatta nel '99 dalla ong di esperti ambientali Green Shield of Nations).
    Già qualche anno fa la Fao avvertiva che al tasso di deforestazione presente, nel 2020 non sarà rimasto un solo bosco in Nigeria. Le foreste sono quasi scomparse ormai nella parte settentrionale del paese, e i taglialegna stanno avanzando verso la foresta pluviale nelle regioni meridionali. E non c'è dubbio che questo sia un disastro, ambientale, umano ed economico: Kabiru Yammama, che dirige la ong Green Shield, spiega (a Irin news) che nel nord del paese il 35% della terra arabile è stata ormai mangiata dal deserto, che avanza a un ritmo tra 8 e 30 ettari annui; questa è una minaccia per la sopravvivenza di oltre 55 milioni di persone, una popolazione pari alla somma di Mali, Burkina Faso, Senegal e Mauritania. L'Agenzia meteorologica nigeriana (Nimet), in un rapporto del marzo scorso confermava: nel nord del paese la produzione agricola è diminuita del 20% in parte per una stagione delle piogge anticipata ma in gran parte per la desertificazione - e la correlazione tra alberi tagliati e deserto che avanza è nota.
    E' anche vero che la Nigeria ha grandi riserve di carbone: si parla di 2 miliardi di tonnellate, una delle maggiori riserve al mondo, di cui 650 milioni di tonnellate sono provate. E' carbone a basso tenore di zolfo, quindi un qualità pregiata perché «sporca» meno. La produzione però è declinata dagli anni '90, per precisa scelta dei successivi governi, e l'anno scorso tutte le concessioni minerarie sono state sospese, in attesa di un processo di privatizzazione ancora non definito.
    Estrarre carbone e usarlo per la produzione nazionale d'energia sarebbe meno dannoso, dicono questi esperti ambientali, che continuare a tagliare le foreste per farne legna da ardere. Sarà. Ma non è un'industria «leggera» quella del carbone: né sulle persone (il lavoro in miniera è tra i più pericolosi al mondo), né quanto a inquinamento, e comunque richiede grandi investimenti, se si vogliono usare tecnologie per bruciarlo in modo relativamente pulito. Paradossi di un grande produttore di energia che non è capace di dare elettricità ai suoi cittadini.
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