domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
17.07.2008
-
| di Marinella Correggia
Il carbonio buono
Nei negoziati sui cambiamenti climatici si considera di solito il carbonio nella sua forma fossile e non rinnovabile, formatosi in milioni di anni: petrolio, gas e carbone che bruciati dall'economia «fossile» planetaria aumentano la concentrazione di gas serra nell'atmosfera. Ma non bisogna dimenticare che anche la biomassa delle piante è soprattutto carbonio, e così l'humus del suolo, la vegetazione delle foreste. Con questo inno al carbonio «buono» esordisce il «Manifesto sul cambiamento climatico e sul futuro della sicurezza alimentare», redatto dalla Commissione internazionale sul futuro del cibo e dell'agricoltura, promossa dalla Regione Toscana e dalla scienziata ambientalista indiana Vandana Shiva con la partecipazione di attivisti, esperti e produttori. L'«agricoltura ecologica del carbonio rinnovabile», nella loro visione, è la via per garantire il diritto al cibo per tutti e al tempo stesso alleggerire l'emergenza climatica, ma anche adattarvisi. Ne siamo lontani: l'agricoltura industriale o del «carbonio morto» - basata su semi commerciali, chimica di sintesi e un elevato consumo di acqua ed energia fossile - e i sistemi alimentari globalizzati, che richiedono lunghe catene di conservazione e trasporto, contribuiscono per almeno il 25 per cento alle emissioni globali di gas serra (anidride carbonica, metano e ossido di azoto). Complice del cambiamento del clima, l'agricoltura ne è anche fra le prime vittime, come l'attuale crisi alimentare dimostra. Per mitigare i cambiamenti climatici, adattarvisi e al tempo stesso nutrire il mondo le pratiche agricole devono tendere all'autosufficienza, ridurre gli input esterni, L'agricoltura preconizzata da questo «Manifesto» si e basa sulla biodiversità colturale (con il ricorso a varietà autoctone) e la rifertilizzazione organica del suolo (che è in grado di assorbire fino a 3 tonnellate di anidride carbonica per ettaro, se mantenuto ricco), sulla protezione delle foreste e la parsimonia nell'uso dell'acqua scarseggiante (in tempi di siccità le coltivazioni biologiche hanno rese maggiori di quelle convenzionali). Ma è l'intero sistema alimentare, oggi globalizzato e concentrato, a dover cambiare. Localizzazione, diversificazione e stagionalità dell'alimentazione sono importanti. Passare a sistemi locali significa ridurre il carico energetico di imballaggi, refrigerazione, stoccaggio, trasporto. Dopo l'insostenibilità insalubre dei cibi precotti, del consumo abbondante di carni, latticini, zuccheri, grassi, la rilocalizzazione alimentare deve essere simbolica (i consumatori devono diventare coscienti), relazionale (con reti dirette fra chi produce e chi mangia), fisica (in uno spazio circoscritto). E' cruciale poi il rapporto con l'acqua, come ricordano gli esempi del Darfur, dove il conflitto fra pastori e agricoltori è legato all'esaurimento del lago Ciad, o dell'Himalaya dove i ghiacciai si assottigliano minacciando l'approvvigionamento di fiumi vitali per l'agricoltura della regione. Il «Manifesto sul cambiamento climatico e sulla sicurezza alimentare» sottolinea la capacità di ritenzione idrica dei suoli gestiti in modo ecologico.
Per arrivare a questo scenario il Manifesto propone a coltivatori e consumatori un cambiamento radicale, e chiede alla politica azioni decise. Basta sussidi ai sistemi agroalimentari basati sui combustibili fossili, stop ai progetti di grandi dighe e infrastrutture di trasporto. Investire nel sostegno a modelli alimentari ecologici e locali. Riformare le regole commerciali per permettere la protezione dei mercati interni. Cambiare i regimi di proprietà intellettuale che sequestrano biodiversità e agrosaperi locali a scopi di profitto.
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