mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
05.08.2008
-
| di Marinella Correggia
Speranza dal Tigray
L'ultima crisi è stata scatenata dalla siccità, dalle piogge saltate e dall'aumento mondiale dei prezzi. In giugno il governo dichiarava che 4,5 milioni di persone nelle zone colpite dalla siccità avevano bisogno di aiuti alimentari; ma stime non ufficiali da parte dei donatori - ne riferisce l'agenzia specializzata Irin News - parlano di 8.10 milioni di persone alla fame. Intanto gli aiuti alimentari non bastano e anche le riserve governative di cereali sono al lumicino. Le ultime notizie, in un reportage dell'inglese Guardian, arrivano dai verdi altipiani del Badawacho occidentale. Sì, verdi. Le campagne non hanno il volto rinsecchito della carestia: è piovuto. Ma troppo tardi. L'anno scorso i raccolti sono stati scarsi e le mancate piogge di marzo-maggio hanno dato il colpo di grazia. E adesso, anche dopo le tanto attese piogge, il 50% della terra non è stato seminato: molti agricoltori sono costretti a far tutto a mano senza l'aiuto degli animali da tiro, morti di fame. Così è mancato il tempo... Comunque anche chi è riuscito a seminare tutto non raccoglierà prima di settembre.
In tanta tragedia vale la pena accennare a un'esperienza luminosa. Un recente rapporto della Swedish Society for Nature Conservation, dal titolo Ecological Agricolture in Ethiopia (Agricoltura ecologica in Etiopia), fin dal sottotitolo parla chiaro: «Coltivare insieme alla natura aumenta le rese e riduce la vulnerabilità». Descrive un esperimento innovativo e tradizionale insieme in corso da anni nella regione settentrionale del Tigray. Protagonisti sono i coltivatori tigrini e diverse strutture nazionali, regionali, locali. Un progetto partecipato e autoctono. I due «genitori» sono Tewolde Berhan Gebre Egziabher, direttore della Ethiopian Environmental Protection Authority, stimato a livello internazionale per aver guidato i paesi più impoveriti a negoziare il Trattato per il riconoscimento dei diritti degli agricoltori sulle risorse genetiche; e sua moglie Sue Edwards, inglese che vive in Etiopia dal 1968 e dirige l'Institute for Sustainable Development.
Iniziato in pochi villaggi, questo progetto di agroecologia è ora esteso al 25% dei coltivatori della regione. Ha detto Sue Edwards a un recente incontro in Italia: «Tutti i contadini con cui lavoriamo da 12 anni sono in una situazione di sicurezza alimentare». Per lei «la carestia non è un male inevitabile del paese» e quelle zone del Tigray sembrano dimostrarlo.
Cos'hanno fatto? Intanto hanno insistito sulla fertilizzazione organica del suolo, con il compostaggio e sull'uso di pesticidi fatti con erbe locali. Poi la lotta contro l'erosione, disciplinando il pascolo. E la gestione dell'acqua: riserve di piovana, canali, dighette, pozzi. Importanti l'incoraggiamento alla policoltura e alla rotazione colturale, la piantumazione di alberi con più funzioni. Essenziali la conservazione e ridiffusione di specie produttive locali, «in genere più rustiche, e anche più nutrienti, si pensi al cereale teff».
Ecco la piccola grande storia di Woldu e Hawaryia, una fra le altre riportate dal rapporto svedese: «Siamo emigrati in campagna dalla città con i nostri figli, per povertà. Il governo ci ha assegnato un ettaro» (le terre sono tuttora pubbliche e sono date in usufrutto agli agricoltori). «Abbiamo costruito muretti e protezioni, arricchito il suolo con compost da noi prodotto, scavato pozzi a mano, predisposto sistemi di irrigazione, ridotto il numero di animali pascolanti. Adesso produciamo frutta, ortaggi e cereali. Viviamo più tranquilli». Un progetto che tutela la biodiversità e migliora la vita rurale. Un progetto antifame. Da imitare.
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