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TERRA TERRA
15.08.2008
  • | di Marina Forti
    Il Kenya adotta la jatropha
    Si chiama jatropha curcas, è un cespuglio delle euphorbiacee che produce semi oleosi (ma tossici), cresce in climi semiaridi e su terreni impoveriti e marginali. Per questo è una pianta molto popolare tra i fautori di una via locale e «sostenibile» ai carburanti di origine vegetale.
    Prendiamo il Kenya. Lo scorso maggio la ministra dell'energia di Nairobi, signora Faith Odongo, ha annunciato una strategia su cinque anni per sviluppare un'industria locale del «bio-diesel» a partire dall'olio di jatropha. Il suo piano, dice, andrà a vantaggio di fasce più ampie di popolazione, servirà alla produzione agricola, permetterà di creare lavoro e riequilibrare zone urbane e rurali . La strategia prevede di incentivare la coltivazione del cespuglio dai semi oleosi, quindi la produzione di olio e la sua trasformazione in diesel, infine di costruire una rete di distribuzione di questo carburante.
    Una simile strategia ha diversi vantaggi, ha spiegato di recente la ministra a Irin News (notiziario on-line dell'Ufficio Onu per gli affari umanitari): per il 2012 il Kenya potrebbe aver ridotto del 5% le sue importazioni di diesel, con notevole risparmio. inoltre punta a ridurre la quota di kerosene (oggi comune negli usi domestici) nel mix dei combustibili e sostituirlo con il diesel di origine vegetale. E questo senza togliere terre «buone», cioè fertili e ben irrigate, all'agricoltura: quindi senza minacciare la produzione alimentare.
    E' proprio per questo che la jatropha è indicata come una potenziale fonte di energia alternativa: poiché cresce, appunto, su terre poco fertili non compete con la produzione alimentare - come nel caso della canna da zucchero, la soja, il mais, la palma da olio che ora si vuole coltivare in modo intensivo per farne carburanti. E' anche molto efficiente, almeno secondo i raffronti fatti da un'associazione di coltivatori indiani di jatropha, che paragona l'olio di jatropha ad altri olii vegetali materia prima per il diesel (www.jatrophabiodiesel.org): a tutto vantaggio del cespuglio euphorbiaceo, perché serve (in India) il raccolto di un ettaro per fare 3.000 chili d'olio, quindi il diesel costerà circa 43 dollari a barile, mentre (negli Usa) un ettaro di soja fa 375 chili d'olio, da cui un diesel a 73 dollari per barile. E' paragonabile alla jatropha, per resa e costi, solo l'olio di palma prodotto in Malaysia o Indonesia: ma qui il costo ambientale e sociale è insostenibile, poiché per espandere le coltivazioni di palma continuano a scomparire foreste...
    Non così per la jatropha: almeno finché resta un'alternativa su piccola scala. E' un punto essenziale. In Kenya la ministra Odongo si dichiara ottimista, dice (a Irin News) che i progetti pilota di coltivazione della euphorbiacea oleosa danno risultati positivi. Cita «coltivazioni sperimentali a Mpeketoni, presso la città costiera di Lamu, dove non c'è luce elettrica: la gente là usa l'olio tratto da quei semi per alimentare le lampade». Il nuovo diesel potrebbe invece far funzionare generatori di corrente elettrica comunitari, dice la ministra. Bel progetto, dunque. Bisognerà, certo, che le coltivazioni pilota si consolidino, che il governo promuova una rete di distribuzione: nel frattempo però Irin cita scettici coltivatori che hanno visto salire il prezzo dei semi oleosi. Cita anche la stampa locale per dire che un'azienda giapponese, Biwako Bio-laboratory inc, ha annunciato un investimento di 19 milioni di dollari in dieci anni, per coltivare centomila ettari a jatropha e farne biodiesel. Così sorge il dubbio: stiamo parlando di un'industria locale su «piccola scala», o di grandi progetti industriali?
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