mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
19.08.2008
-
| di Manuela Cartosio
Acqua sporca riusata
Nei paesi in via di sviluppo milioni di persone abbandonano le campagne e si addensano nelle città. Per questo crescono le "fattorie urbale". Nelle città e soprattutto attorno a esse ogni palmo di terra disponibile viene messo a coltura per produrre ortaggi e cereali. Questa agricoltura di nicchia riutilizza acqua già usata ma spesso non depurata. Il fenomeno, di conseguenza, presenta vantaggi (il riciclo) e rischi (la contimanizione degli alimenti). Valuta gli uni e gli altri uno studio presentato alla Settimana mondiale dell'acqua in corso a Stoccolma.
Realizzato dall'International Water Management Institute (Iwmi), lo studio è stato condotto in 53 centri urbani di America Latina, Medio Oriente, Asia e Africa. In 8 casi su 10 l'acqua già utilizza e non depurata viene largamente impiegata nelle "fattorie urbane". Un cocktail di acque reflue, provenienti dalle cucine, dai ganibetti e - dove ci sono - dalle industrie, finisce direttamente nei campi senza passare attraverso ad alcun trattamento di depurazione. E' la classica "scelta obbligata". Altrimenti, milioni di persone non avrebbero di che nutrirsi.
Il riuso, oltre a permettere la produzione di cibo in aree dove scarseggia sia il terreno che l'acqua potabile, evita ai contadini di ricorrere a costosi fertilizzanti. Le acque reflue, infatti, abbondano di nitrati e fosfati, componenti base dei fertilizzanti. Il riutilizzo, inoltre, ha una funzione ecologica. Fa diminuire la quantità di acque "nere" e "grigie" che finisce nei fiumi, il che attenua il processo d'eutrofizzazione delle acque.
Per converso, sono facilmenti intuibili i rischi sanitari derivanti dall'ingestione di ortaggi e cereali irrigati con acque "nere". Rischi che aumenteranno con l'eventuale industrializzazione dei paesi poveri: allora nelle "fattorie urbane" finirà una lunga sfilza di inquinanti, compresi i micidiali metalli pesanti.
La soluzione ideale, afferma il direttore dell'Iwmi Colin Chartres, sarebbe depurare le acque prima di riutilizzarle in agricoltura. Ma nei paesi poveri l'ideale non è di casa. Per loro i costi per trattare le acque reflue sono proibitivi. E così lo studio non può far altro che dispensare la banale avvertenza di lavare con acqua potabile soprattutto gli ortaggi consumati crudi.
Nelle 53 città prese in esame circa 5 milioni e mezzo di persone si mantengono con l'agricoltura che riutilizza acqua già usata. Ad Accra, capitale del Ghana che conta 2 milioni di abitanti, circa 200 mila persone ogni giorno comprano verdure prodotte su 100 ettari di terra irrigata solo con acque riutilizzate. Sono cifre che rendono ancor più stridente lo spreco di acqua fatto nei paesi ricchi. Uno scialo in cui l'Italia largheggia non solo per gli acquedotti colabrodo ma anche per un'agricoltura dissennatamente idrovora (si stima che oltre il 50% della nostra acqua finisca nei campi e negli allevamenti). Gli esperti riuniti a Stoccolma prevedono che entro il 2025 un miliardo e 800 milioni di persone vivranno in regioni con «assoluta sarsità di acqua».
Anche in fatto di acqua, la Striscia di Gaza si conferma uno dei luoghi peggiori in cui vivere. Nel 90% dei campioni di acqua "potabile" di Gaza la concentrazione di nitrati supera da 2 a 8 volte il limite tollerato dall'Organizzazione mondiale della sanità. L'analisi è stata condotta dall'Università di Heilderberg e dal centro palestine Helmholtz per la ricerca ambientale. Nei neonani i nitrati possono provocare diarrea, acidosi ed eccesso di metaemoglobine nel sangue, con conseguente carenza di ossigeno nel sangue.
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