mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
09.09.2008
-
| di Marina Forti
Un clima carnivoro
Almeno un giorno alla settimana senza carne nel piatto. E' quanto suggerisce Rajendra Pachauri, il presidente del Comitato intergovernativo sul cambiamento del clima (Ipcc), consesso scientifico incaricato dall'Onu di presentare ai governi lo stato delle conoscenza sul clima - e che l'anno scorso ha avuto il premio Nobel per la pace. Pachauri parla di carne proprio per parlare di clima. In un'intervista al settimanale britannico The Observer, pubblicata domenica, ha dichiarato che dovremmo tutti osservare almeno un giorno «vegetariano» alla settimana, se vogliamo contribuire con il nostro comportamento a diminuire le emissioni di gas «di serra» nell'atmosfera. La produzione di carne infatti è una importante fonte (diretta o indiretta) di emissioni di gas come l'anidride carbonica e il metano, che si accumulano nell'atmosfera e la riscaldano; è anche una causa di altri gravi problemi ambientali, tra cui la perdita di habitat naturali. Può sembrare curioso il nesso tra dieta e clima. Eppure Pachauri dice una cosa ben nota e provata. La fao, organizzazione dell'Onu per l'agricoltura, ha calcolato che circa un quinto (20%) delle emissioni globali di gas «di serra» imputabili ad attività imane vengono proprio dalla produzione di carne. E la produzione di carne continua a crescere, come del resto il consumo. In uno dei suoi studi, pochi giorni fa il WorldWatch Institute faceva un consuntivo: nel 2007 la produzione mondiale di carne si aggirava sui 275 milioni di tonnellate; nel 2008 si aspetta che superi i 280 milioni, e a questo ritmo nel 2050 sarà raddoppiata. Negli ultimi dieci anni il ritmo di crescita è stato più sostenuto nei paesi «in via di sviluppo» che in quelli industrializzati: il risultato è che nel 2007 almeno il 60% della produzione mondiale è avvenuta in paesi in via di sviluppo. Cresce ovviamente anche il consumo di carne e altri prodotti animali: ma se si producono in media 42 chili di carne per persona, il consumo varia dai 30 chili per persona al'anno nei paesi in via di sviluppo agli 80 chili procapite/anno nei paesi industrializzati. Produzione e consumo crescono in Cina (del 3% annuo), e anche in India, nonostante i tabù legati alla carne bovina. Il punto è che questa crescente domanda è coperta concentrando sempre più la produzione in allevamenti di tipo industriale. Oggi è allevato e macellato «in batteria» il 67% del pollame, il 50% delle uova, il 42% del maiale. Queste catene di montaggio disumane («disanimali»?) sono anche una minaccia alla salute umana e del pianeta. La concentrazione di allevamenti industriali, spesso in prossimità di grandi centri urbani, pone secondo la Banca mondiale «una delle più gravi sfide ambientali e per la salute pubblica dei prossimi decenni» (studio citato dal WorldWatch Institute, «Vital signs online», 20 agosto), perché contribuisce alla diffusione di malattie come l'influenza aviaria, il virus nipah e altro. inoltre il grande uso di antibiotici negli allevamenti industriali produce fenomeni di resistenza nei consumatiori umani. Gli allevamenti producono grandi concentrazioni di gas metano. Consumano acqua in modo spropositato, assorbono quote crescenti di produzione agricola sotto forma di mangimi, producono masse ingestibili di reflui inquinanti - mentre l'allevamento su piccola scala e in zone agricole ha come «scarto» letame, cioè fertilizzante. Ha ragione Pachauri, dunque: mangiare meno carne farà bene al clima, all'ambiente, e probabilmente anche a noi stessi.
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