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TERRA TERRA
25.09.2008
  • | di Luca Fazio
    Ape regina del business
    Le api negli Stati Uniti sono un'industria, docile forza lavoro indispensabile per la produzione di frutta e verdura. Ecco perché sono gli americani i più allarmati per gli effetti del tasso di mortalità delle api che ormai supera il 30% (lo stesso che si registra nei principali paesi europei). Ma la morìa delle api ormai è un fenomeno globale che preoccupa gli agricoltori di tutto il mondo: secondo uno studio franco-tedesco pubblicato su Ecological Economics, il valore dell'impollinazione delle principali colture alimentari ha superato i 150 miliardi di euro nel 2005 (il 9,5% del valore totale della produzione di cibo). Dennis van Engelsdorp, del dipartimento di agronomia dell'università di Pennsylvania, è uno dei primi scienziati ad aver descritto la sindrome del «Disturbo da dissolvimento da Colonia» (Ccd) - il decesso repentino e inspiegabile di un'intera colonia - e ad aver calcolato che nel giro di quattro stagioni il sistema agricolo americano non potrà più sopportare questo tasso di mortalità delle api. In un'intervista pubblicata sul quotidiano francese le Monde, van Engelsdorp ha spiegato che negli Usa un apicoltore su due non commercia miele ma vive grazie alla «transumanza» degli alveari, percorrendo migliaia di chilometri per affittare ai contadini un servizio di impollinazione a domicilio. «Un apicoltore della Pennsylvania comincia la stagione sugli aranceti della Florida, poi ritorna a casa e posa gli alveari su un campo di meli, poi si reca dai produttori di mirtilli del Maine, in seguito va in California nelle grandi piantagioni di mandorle...». La California, per esempio, produce l'80% delle mandorle consumate nel mondo e per l'impollinazione utilizza metà delle colonie di api americane (1,4 miliardi): il rischio è che entro il 2012 non ci siano più api sufficienti per impollinare questa coltura (il prezzo per affittare una colonia di api intanto è già passato da 46 a 120 euro). I produttori di cocomeri della Carolina del Nord, per fare un altro esempio, hanno già ridotto la produzione del 50%. Dennis van Engelsdorp ammette che non ci sono ancora certezze condivise sulle cause del declino delle api, anche se ricercatori e legislatori di tutto il mondo ormai puntano il dito contro alcuni prodotti fitosanitari. Italia compresa. E' di cinque giorni fa, infatti, il decreto del ministero della Salute che vieta l'impiego dei pesticidi che contengono neonicotinoidi. Un provvedimento che non ha convinto gli apicoltori «non è indicata la durata del provvedimento», spiega il direttore della rivista Apitalia - e che ha scatenato la controffensiva di Agrofarma, l'associazione delle industrie agro-farmaceutiche. Qual è il problema? Il decreto, spiegano i venditori di pesticidi, avrebbe ripercussioni pesanti perché «i coltivatori di mais non potranno più controllare i parassiti con la conseguente perdita di intere coltivazioni». Quindi, proseguono, gli effetti si farebbero sentire anche sulla produzione delle carni suine, bovine e ovine (con il mais vengono nutriti gli animali). Non è dello stesso avviso la Confederazione italiana agricoltori (Cia) che da tempo ha chiesto la sospensione dei principi attivi devastanti per le api (clothianin, thiametoxan, imidacloprid e fipronil), suggerendo l'utilizzo di sostanze alternative. Insomma, la battaglia per salvare le api è appena cominciata. Nel frattempo tutti possono partecipare alla campagna mondiale per inserirle nella «Red List» delle specie protette: basta una firma su www.apitalia.net.
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