mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
08.10.2008
-
| di Luca Fazio
Bugie biocombustibili
Il dibattito sui biocombustibili si era infiammato un anno fa quando Jean Ziegler, relatore Onu sul diritto all'alimentazione, disse senza tanti giri di parole che l'uso dei terreni agricoli per creare benzina è «un crimine contro l'umanità». Con toni più pacati, ma altrettanto allarmanti, oggi è la Food and Agricolture Organization (Fao) a puntare il dito contro quello che veniva spacciato come l'eco-business del secolo, grazie ai finanziamenti pubblici miliardari che avrebbero dovuto salvare il pianeta dai gas climalteranti. Perché oggi, dopo aver prodotto 52 miliardi di litri di bioetanolo e 10 miliardi di litri di biodiesel solo nel 2007 (il 2% del consumo mondiale per il trasporto), i conti non tornano. Lo sostiene la Fao che ieri, presentando il suo rapporto annuale su «Lo stato dell'alimentazione e dell'agricoltura», ha invitato i paesi (ricchi) a «rivedere» le politiche e i sussidi relativi alla produzione di biocombustibili. Una marcia indietro indispensabile per mantenere l'obiettivo della sicurezza alimentare, per proteggere i paesi poveri, per promuovere lo sviluppo rurale e per assicurare la sostenibilità ambientale.
Una bocciatura su tutta la linea. I biocarburanti - questa l'accusa - mettono a rischio il diritto al cibo incidendo sull'aumento dei prezzi delle materie agricole (e gli effetti si sono sentiti anche dalla nostre «ricche» parti) e non sempre contribuiscono alla diminuzione delle emissioni di gas serra; inoltre, i sussidi e le barriere commerciali adottate dai paesi Ocse creano un mercato artificiale che esclude i paesi in via di sviluppo. E tanto per smascherare la grande menzogna, la Fao sostiene che i biocombustibili riusciranno a garantire solo percentuali poco significative di fabbisogno energetico: carbone, petrolio e gas nel 2030 copriranno ancora l'82% della domanda energetica (contro l'81% attuale). Un mezzo fallimento che ne causerà un altro,devastante: secondo la Fao, se la richiesta di scorte di «biofuel» salisse del 30% entro il 2010 assisteremmo a un aumento dei prezzi dello zucchero (26%), del mais (11%) e degli olii vegetali (6%).
Detto (più per dovere che per convinzione) che anche i paesi poveri potrebbero trarre benefici dalla produzione di biocarburanti, Jacques Diouf, direttore generale della Fao, ha sottolineato i rischi che corrono i consumatori poveri delle aree urbane e i compratori di cibo delle aree rurali. «Qualsiasi decisione relativa ai biocarburanti - ha ammonito - non può prescindere da considerazioni sulla sicurezza alimentare e sulla disponibilità di terra e di acqua. Tutti gli sforzi dovrebbero puntare a preservare l'obiettivo prioritario di liberare l'umanità dalla vergogna della fame». Pur nell'impossibilità di mettere tra parentesi la strage quotidiana di esseri umani che si consuma per fame, Diouf ha tracciato un bilancio negativo anche dal punto di vista ambientale: «Un maggiore uso, e dunque una maggiore produzione di biocarburanti, non necessariamente contribuirà a ridurre le emissioni di gas serra». Infine, tanto per schivare l'accusa di fomentare atteggiamenti anti scientisti, Diouf ha dato credito alla «seconda generazione di biocombustibili», quelli «non ancora disponibili sul mercato», sui cui sarebbe utile dirottare i finanziamenti. Come dire, ricercate ma lasciate in pace la Terra e i suoi abitanti.
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