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TERRA TERRA
10.10.2008
  • | di Manuela Cartosio
    La guerra dei pistacchi
    E' scoppiata la guerra dei pistacchi, la terza in poco più di un anno. La notizia, lanciata ieri dalla Reuters, è paradossalmente tranquillizzante. Meglio, molto meglio, che Usa e Iran si scontrino sulle noccioline piuttosto che sul nucleare. E non sarà dai pistacchi che verrà il temuto (da Barak Obama) colpo a sorpresa alla vigilia delle elezioni per la Casa Bianca.
    Una primavera eccezionalmente fredda ha ridotto del 75% il raccolto dei pistacchi in Iran. Per questo il paese è destinato a perdere nel 2008 il titolo di primo produttore mondiale di pistacchi. Dovrà cederlo agli Stati Uniti dove la produzione, concentrata in California, nell'ultimo decennio è raddoppiata. L'anno scorso l'Iran aveva prodotto 280 mila tonnellate di pistacchi contro le 190 mila degli Usa. Anche in California la stagione non è stata buona. Ciò nonostante, il raccolto supererà quello iraniano.
    Per Teheran, oltre che uno smacco d'immagine, è un grave danno economico. Il pistacchio, infatti, dopo il petrolio è la seconda voce nelle esportazioni iraniane. Nel 2007 l'esportazione di pistacchi aveva fruttato 1 miliardo di dollari. Quest'anno si arriverà a stento a 400 milioni. Per i 140 mila agricoltori che nell'arida provincia di Kerman campano sulla monocoltura del pistacchio è crisi nera. L'aumento del prezzo, dovuto al crollo della produzione, non compenserà la diminuzione dei volumi commercializzati. A settembre la raccolta e la lavorazione del pistacchio davano lavoro a migliaia di stagionali, molti provenienti dall'Afghanistan. Quest'anno il flusso di braccia dal paese confinante si è azzerato. E molti residenti sono rimasti disoccupati (nella provincia di Kerman il pistacchio è la principale fonte di reddito per un abitante su cinque).
    Secondo gli ottimisti, l'anno prossimo l'Iran tornerà a essere il paese leader per la produzione di pistacchio. Secondo i pessimisti, la gelata dello scorso aprile comprometterà anche il raccolto del 2009. L'associazione dei grandi produttori di pistacchio spera che il governo iraniano incentivi il trasferimento della coltura in regioni del paese più ricche d'acqua. Di certo, la domanda globale di pistacchi è in crescita, tirata soprattutto da Cina e Russia. Ci sarà posto, dunque, sia per l'Iran che per la California.
    Previsioni a parte, la crisi del pistacchio peggiora un trend che caratterizza molti paesi produttori di petrolio. Le importazioni crescono più delle esportazioni. Finché il petrolio sfiorava i 150 dollari al barile, non c'era problema. Ma se il greggio scenderà sotto i 75 dollari (ora siamo a 90) per l'Iran le cose si metteranno male. Saeed Laylaz, un analista citato dalla Reuters, stima che nell'ultimo decennio la dipendenza dell'Iran dagli introiti del petrolio sia triplicata. E' una manifestazione di quella che, nel gergo degli economisti, si chiama «malattia olandese»: ciò che per un paese è una manna (in questo caso il petrolio) può diventare un freno al suo sviluppo industriale e produttivo.
    Andando a ritroso, un ragguaglio sulle due precedenti «guerre dei pistacchi» (nel caso ve le siate perse). Lo scorso giugno Washington ha accusato Israele d'importare pistacchi dall'Iran «triangolati» dalla Turchia, in barba alle sanzioni contro Teheran. Grottesco, visto che gli Usa non hanno mai avuto nulla da eccepire a proposito di ben più consistenti violazioni commesse da Israele. Un anno fa, la Cina - sotto attacco per le esportazioni di alimenti, farmaci, giocattoli variamente pericolosi per la salute (già allora si parlava di melamina) - aveva replicato bloccando i pistacchi importati dagli Usa. Contaminati, secondo Pechino, dalle presenza di formiche.
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