domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
14.10.2008
-
| di Caterina Amicucci
Un futuro da Mar Nero
Il Mar Nero visto dal lungomare di Burgas, la tranquilla cittadina bulgara che affaccia sull'omonima baia, sembra uno specchio d'acqua come un altro. La pesca intensiva e l'inquinamento dell'epoca sovietica. I pescatori però raccontano che fino a pochi anni fa nessuno mangiava i zargan, ma oggi che la biodiversità marina si è ridotta questi pesci filiformi dalla bocca ad ago sono proposti nei ristoranti come «paranza» locale. La baia di Burgas di recente ha visto nascere una fiorente attività turistica che oggi fattura circa un miliardo e mezzo di euro l'anno. Tuttavia una nuova minaccia incombe sul fragile ecosistema del Mar Nero, ancora oggi scacchiere della partita fra Usa e Russia per il controllo del greggio. Sono addirittura sei i progetti di oleodotti che nei prossimi anni partiranno dalla costa euroasiatica per raggiungere l'Italia, la Grecia, l'Albania e la Turchia. La costa bulgara potrebbe ben presto trasformarsi in un enorme terminale petrolifero, attraverso il quale smistare verso l'Europa milioni di barili.
Gli Usa da diversi anni sostengono l'oleodotto Ambo, che dovrebbe collegare Burgas a Valona, attualmente fermo in attesa di finanziamenti. La Russia è partita al contrattacco, sfruttando la sua influenza ancora molto forte sulla Bulgaria e dando nuovo impulso alla pipeline Burgas-Alexandropoulis, un condotto lungo più di 400 km che raggiungerà l'Egeo nord-orientale. Progetto top secret. Il governo bulgaro, che ha già firmato un accordo con Russia e Grecia, non si sbottona. Perfino il percorso dell'oleodotto continua a essere segreto, nonostante sia stata costituita un'associazione delle otto municipalità coinvolte. Le prime indiscrezioni dicono che il condotto dovrà attraversare uno o più siti protetti dalla rete comunitaria Natura 2000. Il sud del paese è ricco di foreste e sono 12 le aree inserite nella lista delle zone protette dell'Ue. Per evitarle sarebbe necessario un percorso molto tortuoso, che porterebbe i costi a 2 miliardi di euro.
Le associazioni ambientaliste hanno già cominciato a dare battaglia. Oltre a sostenere i referendum della scorsa primavera nei municipi di Burgas e Sozopol, hanno organizzato una serie di incontri con la cittadinanza lungo il tragitto dell'oleodotto, raccogliendo le firme per una petizione da inviare alla Commissione europea che chiede una valutazione di bacino dell'impatto ambientale cumulativo dei sei progetti. Ma i municipi sono già rassegnati, convinti che la loro opinione non verrà ascoltata dal governo centrale. La politica demagogica del governo, che promette benessere e lavoro, sta avendo la meglio, ma la società civile è decisa a non mollare. Non solo ha stabilito alleanze con i comitati locali in Grecia, ma sta facendo appello anche alle reti internazionali. La propaganda governativa insiste sui 30 milioni di dollari annui che la Bulgaria ricaverà dai diritti di transito, che equivalgono però appena al 2% dei proventi del settore turistico, che potrebbe invece subire un colpo irreversibile. La Russia sarà invece la principale azionista che beneficerà del 51% degli introiti, mentre le compagnie bulgare e greche divideranno in parti uguali la quota restante. Se i sei progetti saranno effettivamente realizzati, il rischio ambientale sarà incalcolabile e la vita nel Mar Nero rischierà di scomparire per sempre. Vedremo quale sarà la risposta dell'Europa, che nonostante gli impegni sul clima e sull'ambiente continua a sostenere, tramite le sue istituzioni finanziarie e in nome della sicurezza energetica interna, rischiosi progetti di estrazione e distribuzione di idrocarburi fossili.
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