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TERRA TERRA
15.10.2008
  • | di Marina Forti
    Lo stato della salute
    Vivrà sano e più a lungo un cittadino medioborghese europeo o l'abitante di uno slum di Nairobi? La risposta è ovvia, è vero. Per essere più precisi però diciamo che la differenza si aggira sui 40 anni: il medioborghese europeo vivrà in media quarant'anni più dell'abitante dello slum africano. Così spiega l'Organizzazione mondiale della sanità nel suo ultimo rapporto. Spiega anche che la diseguaglianza si riproduce all'interno di una medesima regione o perfino città: sempre a Nairobi, per esempio, la probabilità di morire prima di compiere i 5 anni d'età su aggira su 15 per mille nati in una zona ricca e su 254 per mille nati in uno slum.
    Può sembrare una banalità: essere più o meno benestanti (e vivere in nazioni più o meno ricche) si traduce in maggiore o minore accesso a cure e servizi sanitari e in generale qualità della vita. Il fatto è che siamo abituati a un generale progresso dell'umanità, e invece l'Oms, avverte che le differenze nell'accesso alla salute sono più acute oggi che trent'anni fa - in barba a decenni di «lotta alla povertà».
    Le considerazioni sulla mortalità e le diseguaglianze sono contenute nell'ultimo rapporto mondiale sulla salute presentato dall'Oms proprio ieri (World Health Report 2008): un'analisi critica di come i sistemi sanitari di base sono organizzati e finanziati. La collezione di dati basterebbe a dare il senso di quanto siano ampie le diseguaglianze. Ad esempio: dei 136 milioni di donne che quest'anno mettono al mondo un figlio, circa 58 milioni non riceverà alcuna assistenza durante e subito dopo il parto, cosa che aumenta il rischio di vita per la madre stessa e per il neonato. Le diseguaglianze sono ovvie se si guarda alla spesa sanitaria dei singoli stati, che oscilla tra i 20 dollari procapite di nazioni più povere ai 6.000 dollari procapite (o più). Ma la spesa sanitaria degli stati va incrociata con un altro dato, quello sul tipo di accesso dei cittadini al sistema sanitario: l'Oms avverte che 5,6 miliardi di abitanti di paesi a reddito medio e basso devono pagare di tasca propria oltre metà delle cure mediche: cosa che ovviamente esclude chi non se lo può permettere.
    Insomma, i dati elencati dall'Oms mettono in risalto una cosa precisa: che «molti sistemi sanitari hanno smesso di puntare su un accesso equo alle cure, hanno perso capacità di investire in modo saggio lenproprie risorse e di rispondere ai bisogni e alle aspettative delle persone, soprattutto dei gruppo più poveri e marginalizzati», leggiamo nelle sintesi diffuse dall'Oms. Ma questa situazione di «accesso non equo, costi proibitivi, ed erosione nella affodabilità dei servizi sanitari costituiscono una minaccia alla stabilità sociale», leggiamo ancora.
    L'Oms fa dunque appello a tornare a investire in sanità di base. Si richiama «all'approccio olistico alla sanità lanciato formalmente 30 anni fa» (la conferenza di Alma Ata del 1978, che aveva per la prima volta imposto all'ordine del giorno l'accesso universale alla salute come un diritto fondamentale e una priorità degli stati). Perché non si tratta solo di quanto uno stato può e vuole investire in spesa sanitaria: quando si paragonano paesi allo stesso livello di sviluppo economico, dove i sistemi sanitari organizzati in modo da dare priorità all'accesso alle cure di base l'investimento fatto dà risultati migliori - e sarà migliore lo stato generale di salute della popolazione. Una popolazione è più sana e ha più chances di vivere bene se ha accesso a una buona sanità di base accessibile a tutti. Il problema è che sembra un'ovvietà, ma non lo è più.
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