domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
25.10.2008
-
| di Marinella Correggia
Frutteto afhgano
Guerra. Siccità. Fame. Cambiamenti climatici. Una corona di tragedie cinge lo strategico Afghanistan: la guerra da decenni impedisce di migliorare i sistemi di irrigazione e distribuzione idrica, aggravando l'effetto della siccità, aumentata anche a causa del caos climatico mondiale che metterà alla prova i ghiacciai da cui ha origine l'acqua in questo paese dalle scarse piogge, dove meno piove e più aumenta la penuria alimentare e il costo degli alimenti. In certi villaggi mangiano il fieno. Eppure non è farneticante immaginare buona parte dell'Afghanistan rigogliosa di frutteti, una successione di alberi longevi e portatori di cibi fra i più nutrienti e adatti al futuro: la vitaminica frutta essiccata, la proteica frutta in guscio.
C'era una volta e in buona parte c'è ancora ma fino a quando?, fra le province orientali di Herat e Baghdis e al confine con il Turkmenistan, una stupefacente foresta di pistacchi su terre statali. Ce la fa sognare Naser Jami, di Herat, partecipante a Terra madre: «Ben 90.000 ettari di soli alberi di pistacchi, e ce ne sono 300.000, di ettari, se si considera tutto il nostro paese. L'albero che lo produce è adatto a climi secchi, non ha bisogno di nulla. Il pistacchio è raccolto da oltre 500 anni, è afghano di orogine. Oltre a nutrire a livello locale, potrebbe dare un buon reddito anche con l'export a chi raccoglie ma...molte piante diventano legna da ardere vista la penuria energetica, e poi nella raccolta sono coinvolti caporali e ingiustizie. Ma di recente sono nate due cooperative di raccoglitori; dovrebbero essere sostenute». La foresta di pistacchi sopravviverà alla guerra?
Heratr è il paradisso dell'uvetta più buona del mondo. Fino alla fine degli anni 70 l'abjosh era il principale prodotto agricolo del paese e con le sue 120 varietà copriva il 60 per cento del mercato mondiale. Particolarissima la tecnica di coltivazione - in profonde trincee - adatta alle condizioni pedoclimatiche; così come le bellissime 'case' (kishmish) per essiccare il prodotto. Viene in mente l'Iraq, primo produttore mondiale di datteri fino al 1990. E adesso? «Adesso», dice Naser, figlio di un anziano produttore e referente del presidio Slow Food dell'abjosh «esportiamo ancora verso India (che poi trasforma, confeziona e secondo me rivende all'estero sotto altro nome), Russia, Iran. Ma temo che da qui a due anni, se non si sviluppano tecniche di trasformazione che rispondano alle richieste delle certificazioni internazionali, questo mercato si chiuderà». Il commercio equo potrebbe avere un ruolo, come ce l'ha il Presidio di Slow Food che lavora con l'università di Herat e il Progetto internazionale per la frutticoltura Phdp di Kabul.
Il clima delle regioni centrali del paese è molto adatto all'albero di albicocco. Altra ex eccellenza afghana le albicocche fresche ed essiccate al sole con varie tecniche. Importanti nell'autoconsumo interno e locale, ricche come sono di vitamine A e C, e ferro, e fosforo e magnesio. Anche il mercato interno è consolidato, e continuano le esportazioni verso India e Pakistan soprattutto. Hedayatullah, produttore e anch'egli collaboratore del progetto Phdp, spiega però che «si potrebbero coltivare più superfici e con migliori rese, ma la siccità colpisce duramente, così come l'assenza di sistemi di irrigazione.
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