domenica 17 febbraio 2013
TERRA TERRA
08.11.2008
-
| di Marina Forti
Un New Deal verde?
L'ha detto chiaro, l'hanno sentito in tutto il mondo: il presidente eletto degli Stati uniti, Barack Obama, ha detto l'altra notte a Chicago che il problema del cambiamento del clima sarà una priorità della sua amministrazione. Sarà una svolta drastica rispetto alla politica del predecessore George W. Bush, che nella primavera del 2001, appena insediato alla Casa Bianca, aveva deciso di ricusare il Protocollo di Kyoto, ovvero l'unico trattato finora in vigore che impone alle nazioni industrializzate di tagliare le loro emissioni di gas «di serra» come l'anidride carbonica - nonostante gli Usa siano il più grande produttore pro capite di questi gas che alterano il clima (contano, da soli, per oltre un quarto del totale mondiale). Per otto anni dunque l'America si è isolata dal resto del mondo, per ciò che riguarda il clima: ora cambia direzione.
Certo, il presidente eletto entra alla Casa Bianca mentre l'America sprofonda nella peggiore recessione economica dai tempi della Grande depressione degli anni 1930. Per questo però sono tanto più interessanti i progetti annunciati già in campagna elettorale: come il «progetto Apollo», investire 150 miliardi di dollari in dieci anni nelle energie rinnovabili. Obama ne ha parlato nei termini di una «economia delle energia alternative», o di «piano di salvataggio "verde" dell'economia». È importante, perché sarebbe ben più di una banale promessa elettorale. «Investiremo 15 miliardi di dollari all'anno nel prossimo decennio in energie rinnovabili, creando 5 milioni di nuovi posti di lavoro "verdi" che pagano bene, non possono essere delocalizzati e aiuteranno a diminuire la nostra dipendenza dal petrolio», aveva detto Obama solo qualche giorno prima del martedì elettorale. Negli ultimi tempi molti anche negli Stati uniti hanno cominciato a usare il termine «green New Deal», riferimento al «nuovo patto» che negli anni '30 del secolo scorso permise all'America di uscire dalla depressione con investimenti in infrastrutture e opere pubbliche che hanno creato lavoro e permesso di redistribuire reddito. Ottant'anni fa le grandi opere sono state dighe, sistemi di irrigazione, impianti energetici, strade; politiche analoghe in fondo sono state riprese anche in Europa. Oggi chi parla di «green» New Deal sta dicendo che investire in energie alternative e in tecnologie pulite è una parte fondamentale della soluzione alla crisi che dall'America si è rapidamente estesa al pianeta intero. D'improvviso, il «green new deal» è diventato popolare nelle cancellerie di mezzo mondo: a Londra il governo sta elaborando un piano di investimenti in energie rinnovabili e tecnologie pulite come parte centrale di un pacchetto di «salvataggio dell'economia». Anche in Australia, il governo ha ipotizzato un piano di «green jobs», posti di lavoro in energie alternative, bonifiche, tecnologie pulite.
Certo, sarebbe naïf pensare che le soluzioni siano facili. Ma è urgente cominciare a rimettere in questione il sistema economico fondato sul consumo di energia e di risorse naturali: così i pacchetti di investimenti «verdi» sono un passo importante. Obama ha detto di voler tagliare le emissioni «di serra» degli Stati uniti dell'80% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2050 (adesso solo circa il 14% sopra al livello del 1990). Varerà un piano di tagli obbligatori? Manterrà l'impegno? Per lo meno promette di tornare a un approccio multilaterale, e su questo il credito è aperto: lo ha detto giovedì il ministro degli esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier, inaugurando una conferenza su «il cambiamento climatico come minaccia alla sicurezza».
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