mercoledì 18 settembre 2013
TERRA TERRA
25.11.2008
-
| di Manuela Cartosio
Un continente in affitto
Oltre un terzo del suolo cinese è seriamente compromesso dall'erosione provocata dell'acqua e del vento. Gli effetti non si limitano alle zone rurali, insidiano i centri abitati e i dintorni di fabbriche e miniere. Lo conferma un'indagine governativa durata tre anni, la più vasta ricognizione del territorio fatta dal 1949, anno di nascita della Repubblica popolare cinese.
Ogni anno, riferisce l'agenzia ufficiale Xinhua, vanno persi 4 miliardi e mezzo di tonnellate di terreno. Come togliere alla superficie dell'intera Cina una buccia spessa 1 centimetro. Un miliardo e 61 milioni di chilometri quadrati soffrono di erosione causata dall'acqua. Quasi due milardi sono erosi dal vento. Se la perdita di terreno andrà avanti a questo ritmo, nel giro di 50 anni la produzione cerealicola nel fertile Nord-Est potrebbe crollare del 40%. Il danno economico dell'erosione, che nell'ultimo decennio è stato di 29 miliardi di dollari, sarebbe micidiale per un paese che deve sfamare il 21% della popolazione mondiale avendo a disposizione solo il 9% della terra arabile del globo.
Tra i molti paesi che soffrono di erosione, conclude l'indagine, la Cina è quello messo peggio. Messo peggio anche perché l'erosione del suolo rende ancor più difficile soddisfare una domanda alimentare che cresce in parallelo con l'aumento del reddito medio. Per questo la Cina da alcuni anni sta cercando di affittare a lungo termine terreni all'estero. In Nigeria la Chongquing Seed Corporation ha affittato 30 mila ettari per coltivare riso. Con il Mozambico Pechino sta trattando l'affitto di 200 mila ettari nella valle dello Zambesi dove installare 3 mila medie aziende agricole. Piantagioni cinesi di gomma, manioca e palma si stanno sviluppando nel Sud Est asiatico. In Siberia la Cina ha impiantato una base produttiva di semi di soia.
Estensioni relativamente limitate a fronte del colpo grosso messo a segno di recente dalla sudcoreana Daewo che in Madagascar ha affittato per 99 anni un'area grande quasi come mezzo Belgio. Un milione di ettari per produrre 4 milioni di tonnellate di riso e mais l'anno, 300 mila ettari da cui ricavare 500 mila tonnellate di olio di palma. Per l'affitto secolare la filiale agroalimentare della Daewo non pagarà nulla. Il costo dell'affare sono gli investimenti per mettere a coltura la savana dove ora pascolano rade greggi. Nei primi venticinque anni il conglomerato sudcoreano prevede d'investire 6 milardi di dollari per dissodare il terreno, seminare, costruire le infrastrutture. L'accordo vincola la Daewo ad assumere manodopera locale; dirigenti e tecnici verranno dal Sud Africa e dalla Corea del Sud, le sementi saranno importate. In Madagascar sono sfruttati solo 2 milioni di ettari dei 35 potenzialmente coltivabile. Mancano i capitali per sviluppare l'agricoltura. La scelta del presidente malgascio Marc Ravolomana di cercarli all'estero è densa di incognite. La formula dell'affitto a lungo termine assomiglia molto a una variante di neocolonialismo agricolo, un rischio sottolineato di recente dalla Fao.
Anche l'Angola, che riesce a coltivare solo il 10% delle sue terre arabili, ha inalberato il cartello "affittasi". Ha invitato investitori dal Brasile, dal Canada, dagli Usa e dal Portogallo. Il primo accordo, per 20 mila ettari, è stato sottoscritto con la multinazionale britannica Lorho, intenzionata ad affittare 2 milioni di ettari in Africa. Puntano a installarsi nel Continente nero i paesi del Golfo e la Chiquita (che in fatto di colonialismo agricolo vanta una tradizione in America latina).
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