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TERRA TERRA
06.12.2008
  • | di Marinella Correggia
    L'ultima del governo
    C'è un giacimento pulito a cui attingere tutti - individui, comunità, nazioni, mondo - per ridurre le emissioni di CO2 e altri gas serra. Si chiama risparmio energetico. In Italia è boicottato in molti modi e ultimamente dall'art. 29 del decreto legge 185 del governo, che rende più difficile l'accesso agli sgravi fiscali per chi investe sulla riduzione dei consumi degli edifici.
    Invece certe energie alternative al petrolio non sono affatto neutre per il clima. Se si tiene conto di tutta la filiera, anche la rischiosissima energia nucleare come fonte di energia elettrica porta con sé un bel corredo di emissioni di anidride carbonica - il principale gas serra. Benjamin Sovacool, ricercatore dell'Università di Singapore, ha studiato con cura 103 ricerche - realizzate dal settore pubblico e recenti - sul ciclo di vita dell'energia nucleare (Energy Policy 38/2008). Ha dovuto metterne da parte oltre l'80% per debolezza metodologica. Conclusione? Per le 19 ricerche valide, un kilowattora di energia elettrica prodotto con il nucleare comporta l'emissione in media di 66 grammi di anidride carbonica, a causa dell'uso di energia fossile nella filiera. Il 38% delle emissioni è imputabile all'estrazione e lavorazione dell'uranio; lo smantellamento delle centrali a fine vita incide per il 18%, la loro attività per il 17%, lo stoccaggio delle scorie per il 15% e infine la loro costruzione il 12% (per le centrali che durano 40 anni).
    Certamente le centrali a carbone, petrolio o gas emettono fino a 15 volte più CO2: da 443 grammi a 1.050 per kWh. Ma il ciclo di vita del combustibile nucleare può arrivare in certi casi fino a 288 grammi di CO2 per kWh, cioè i due terzi di una centrale a gas con buon rendimento. In effetti entrano in gioco molti fattori, ad esempio la distanza fra miniere e centrali, la qualità del combustibile, il tipo di generatore, la durata delle centrali.
    Ma soprattutto, per Sovacool, non c'è confronto con le altre rinnovabili. Considerando anche qui l'intero ciclo di vita, dall'estrazione delle componenti allo smaltimento finale, qui le emissioni di CO2 sono molto inferiori a quelle del nucleare: da 29 a 35 grammi di CO2 per kWh prodotto con il fotovoltaico, ad esempio.
    Di fronte alla sordità governativa è importante che gli enti locali raccolgano l'appello a un nuovo movimento di «comuni denuclearizzati». In Sardegna pochi giorni fa ha detto no al nucleare, all'unanimità, il consiglio comunale di Gonnesa, provincia di Carbonia-Iglesias. Spiega il sindaco Pietro Cocco: «Quando il governo ha deciso di individuare i siti in cui realizzare 8 centrali nucleari, Gonnesa ha immediatamente voluto manifestare la sua netta contrarietà dichiarandosi indisponibile ad accogliere nel suo territorio sia le
    centrali che le scorie, anche quelle provenienti dalle centrali chiuse a seguito del referendum del 1987». Va detto che l'area del Sulcis-Iglesiente-Guspinese è disseminata di siti minerari, luoghi che potrebbero essere ritenuti ideali per fare stoccaggio. Il comune di Gonnesa, sindaco, giunta e consiglio comunale, lanciano un appello alla regione Sardegna perché si dichiari tutta denuclearizzata e a comuni, province, regioni e associazioni «contro questa scelta pericolosissima e scellerata per il nostro paese, anche perché le già insufficienti risorse economiche stabilite per investire sulle fonti rinnovabili sarebbero dirottate verso il nucleare». Il decreto legge 185 lo dimostra. E per indicare le alternative, Gonnesa sta autorizzando un parco fotovoltaico e riflettendo sull'eolico (tenendo conto del paesaggio).
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